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muro Foto Tarmassia Calcio 1999-2000
di F.G. - 17:55 (09/01/2017)
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muro wipiyior
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muro SOS foto sagra
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Stiamo cercando foto della sagra di Tarmassia (anni '60-'70-'80-'90) per una mostra a settembre. Saremo grati a chi ce le inviasse a: info@tarmassia.it. Grazie!
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Breve racconto sul simpatico personaggio
Armando Bottura
di Luigi Milanese

Armando Bottura soprannominato "el Pàparo", dopo essersi sposato, risiedette per lunghi anni a Tarmassia in via IV Novembre, divenendo uno dei personaggi più simpatici del paese. Il racconto che segue riguarda le sue avventure trascorse in quel di "Casalbergo".



UN DISK-JOCKEY CHIAMATO “PAPARO”

C’era una volta a Casalbergo un personaggio che sembrava uscito dal famoso libro di Bertoldo e come quel contadino, reso popolare dal racconto di Giulio Cesare Croce, era ingegnoso, astuto, forse a volte un po’ ingenuo, ma questo lo rendeva più simpatico.
Questo personaggio si chiamava Armando Bottura, ma nell’Isolano era conosciuto da tutti con quel nomignolo affettuoso “el Paparo”.
Pur non avendo frequentato nessuna scuola ed essendo di conseguenza, come diceva lui “arfabeta”, se la sapeva cavare benissimo anche nelle situazioni più intricate. Nei tempi difficili della guerra e del primo dopoguerra era forse il giovane di Casalbergo che aveva più disponibilità finanziaria, avendo sempre a disposizione qualche centinaio di lire per il “papazìn” (castagnaccio), di cui era molto ghiotto, ma anche qualche “carta da mile”, per comperarsi le ultime novità in fatto di dischi.
Questi soldi se li guadagnava nei più svariati modi. Aveva tre hobbies: il grammofono, una motosega per tagliare la legna ed il gioco dei mazzetti con le carte. Tutti gli hobbies erano finalizzati ad uno solo obiettivo: i “schei”.
Aveva anche, per la fortuna di quelli che ne hanno usufruito, un altro hobby: la donazione del sangue, dalla quale ricavò solo abbondanti mangiate di biscotti, panini con la mortadella a volontà e qualche bicchiere di vermout. Armando era un donatore sempre disponibile e le suore, conoscendo il suo appetito, non lesinavano certo in generi di conforto dopo la donazione. In tempi in cui le Associazioni dei donatori non si erano ancora costituite e c’erano molti pregiudizi sui rischi delle trasfusioni, l’Ospedale di Isoala si assicurò le prestazioni del “Paparo”, che era una formidabile macchina per la produzione del sangue.
Armando era donatore universale e molte persone devono la vita a questa sua peculiarità. Innumerevoli volte fu chiamato per fare delle donazioni dirette in casi, dove l’urgenza della trasfusione era vitale per il paziente. Di una cosa i medici erano sempre sicuri: la buona salute del donatore.
Pur essendo a volte un po’ scontroso con chi lo prendeva in giro, era molto educato: fu forse l’unico che, dovendo partire per il servizio militare, passò da tutte le famiglie della contrada per salutarle; anche se, per la verità, questi saluti furono molto originali. Ricordando una visita fatta con i genitori a una famiglia colpita da grave lutto qualche anno prima, Armando ripetè pari pari quella formula anche durante i suoi commiati, raccomandando a tutti di consolarsi e di farsi coraggio, che la vita continuava, anche se lui doveva assolutamente partire. Fu da tutti giustificato perché, come si sa, è il pensiero che conta.
Durante il servizio militare ad Armando capitarono giorni difficili, ma anche giorni di vera cuccagna. Nel luglio del 1948 ci fu l’attentato a Togliatti e tutte le più grandi città italiane erano presidiate dall’esercito, essendoci la minaccia di un’insurrezione o quanto meno di gravi disordini. Al suo battaglione toccò di presidiare Genova. A lui, ironia della sorte, capitò di dover sorvegliare un panificio. I soliti maldicenti sostenevano che quel panificio aveva avuto più danni per quello che aveva mangiato la guardia, che se avesse subito un saccheggio da parte degli insorti.
Grande mangiatore, a volte era oggetto di scherzi un po’ sadici da parte di certe persone, che scommettevano che non sarebbe stato capace di mangiare determinate cose. Memorabile fu una scommessa che una decina di clienti del Dopolavoro propose al “paparo” una domenica mattina: si trattava di mangiare una torta tipo Margherita, compreso il polietilene con cui era confezionata. Armando valutò bene la situazione e rilanciò, proponendo di raddoppiare la scommessa. Gli altri accettarono; i soldi vennero affidati ad Agenore Baldi, una persona “neutra” che godeva la fiducia di tutti. Cominciò la sfida: Armando sconfezionò la torta, divise in tre parti il nylon della confezione, con ognuna formò una pallottolina che inghiottì senza difficoltà. Si mise poi a mangiare tranquillamente la torta, che, pur essendo secca e difficile da deglutire, nel giro di qualche minuto era già sparita. Chiese un bicchiere di “spuma”, intascò i soldi della scommessa ed agli esterrefatti spettatori domandò se erano disposti a ripetere la prova, dato che era quasi mezzogiorno e lui si sentiva un certo appetito. Agenore Baldi, per congratularsi, gli comprò un’altra torta, raccomandandogli di mangiarla dopo il pranzo domenicale e possibilmente senza nylon. Qualcuno della controparte commentò che Armando era più conveniente fargli fare un vestito che cercare di sfamarlo.
Una sola volta la gente di Casalbergo lo vide veramente arrabbiato. Fu una sera che capitò al Dopolavoro con un sacco contenente moltissime rane ancora vive, che aveva appena preso nelle risaie della contrada con l’aiuto della lampada ad acetilene. Posò il sacco per terra e si mise a guardare, molto interessato, una accanita partita alle bocce, gioco che praticava sovente anche lui, solo però, se c’era un arbitro fidato, temendo, dato che era “arfabeta”, imbrogli nel punteggio. Forse per il gracidio delle rane o perché preso dall’appassionante partita, non si accorse del solito incosciente, che, armato di lametta, furtivamente tagliò il sacco. Bepi Fabris, uno dei giocatori, si accorse che qualcosa non andava, quando cominciò a notare delle rane che saltellavano sui campi di gioco. Nello stesso istante Armando si girò per controllare il suo bottino, che ormai stava invadendo tutta la strada. Visto il sacco tagliato e sicuro che si trattava di uno scherzo, si incollerì a tal punto che estrasse dalla tasca la “cortela” (Coltello tascabile a lama ricurva) e partì sparato alla ricerca dell’autore della bravata. Intervennero immediatamente i più anziani che, approfittando della soggezione che gli incutevano, riuscirono a rabbonirlo, permettendo all’incauto liberatore di rane di far ritorno a casa.
Dotato di una intraprendenza fuori dal comune, Armando, specialmente nelle serate estive, organizzava delle festicciole danzanti nelle numerose aie di Casalbergo e delle contrade vicine. Metteva in funzione il grammofono, valutava quante erano le presenze e fissava la quota che ognuno doveva pagare, non ammettendo deroghe per chicchessia. Se qualcuno cercava di fare il furbo, minacciava di staccare la spina; al che tutti si mettevano in regola, soprattutto per non fare brutte figure di fronte alle ragazze.
Armando era anche un impareggiabile disc-jockey: soddisfava prontamente le richieste di ballabili e, pur non sapendo leggere, non sbagliava mai la scelta tra gli oltre cento dischi del suo repertorio. Il suo vanto maggiore era essere invitato come musicista nelle festine private, dove poteva soddisfare non solo il legittimo orgoglio, mostrando la sua collezione di dischi, ma anche il suo appetito con leccornie che magnificava a tutti per una decina di giorni. Se era in serata di grazia, poteva anche esibirsi con la fisarmonica a bocca, che suonava dignitosamente.
La domenica mattina era dedicata al taglio della legna presso le famiglie che ne facevano richiesta: il “Paparo” si faceva pagare tanto all’ora, più le “spese”. Le “spese” consistevano nel paio di litri di miscela che consumava la motosega: dopo estenuanti trattative si riusciva ad avere lo sconto di qualche mille lire sul totale delle ore impiegate, ma le quattrocento lire di miscela consumata dovevano essere pagate senza discussioni perché erano le “spese”.
A quei tempi la legna era l’unico combustibile che le famiglie avevano a disposizione per il riscaldamento e per la cottura dei cibi; la sega, di conseguenza, veniva adoperata da Armando anche per procurare legna da ardere alla sua famiglia. Durante la settimana adocchiava qualche albero secco o qualche pezzo di legno, che non serviva più ala legittimo proprietario. Alla domenica mattina si presentava puntualissimo sul posto, munito di sega e carriola, tornando a casa un paio di ore dopo con un bel po’ di legna, che andava ad incrementare la superba legnaia sul retro dell’abitazione. Forse fu un suggerimento scherzoso, che Armando prese sul serio, o la proverbiale incoscienza, che a volte lo assaliva: fatto sta che un lunedì mattina gli operai dell’Enel, che si erano recati in una località dell’Isolana per cambiare i pali della linea elettrica, trovarono al posto di un paio di pali nuovi che avevano preparato lì vicino, un bel po’ di segatura. Era come aver messo la firma: il capo elettricista dopo dieci minuti era a casa di Armando, che si giustificò dicendo che li credeva abbandonati, tanto che uno che passava di lì in bicicletta e che lui credeva il padrone, l’aveva autorizzato a tagliarli, raccomandandogli di portarli via entrambi.
Il capo elettricista gli chiese a quel punto se conosceva il tizio che gli aveva suggerito il disastro; al che Armando rispose che non lo conosceva, ma che era uno che portava un bel cappello e la bicicletta nuova. Il capo si rese conto che discutere con “Paparo” era fiato sprecato e, per evitare perdite di tempo, andò ad ordinare dei pali nuovi. A chi gli diceva che l’aveva scampata bella e che aveva rischiato una denuncia, Armando rispondeva che, per portarsi a casa i pali segati, aveva fatto tre viaggi con la carriola e sudato come una bestia; se per questo si rischiava di essere denunciati, voleva dire che la mondo non c’era più giustizia e che erano tutti “smargnuffoni” (parola imparata a Genova da militare che, secondo lui, significava: prepotenti e imbroglioni).
Alla domenica pomeriggio “Paparo” si metteva tutto elegante, si presentava al Dopolavoro, prendeva dalla tasca il suo mazzo di carte e proponeva un paio di giri a mazzetto, raccomandando a tutti di non fare “grattini”. Barare era per lui  il più grosso dei peccati: essendo stato imbrogliato tante volte, si era fatto sospettoso ed era ormai quasi impossibile che qualcuno riuscisse a farla franca.
Il banco lo teneva sempre lui, magari pagandolo se la sorte lo assegnava a qualcun altro; di conseguenza le vincite erano quasi sempre in suo favore per le probabilità (la carta pari era a favore del banco), ma anche per il suo coraggio, essendo quello che rischiava di più. Innumerevoli risate che illuminavano il faccione del “Paparo”, all’uscita dall’osteria, facendo capire a tutti che ancora una volta aveva vinto. Le poche volte che fu visto uscire triste, a coloro che gli chiedevano come era andata, il “Paparo” rispondeva che non avrebbe più giocato con quelli “smargnuffoni” lì, perché qualche volta riuscivano a vincere, ma solo perché facevano un sacco di “grattini”.



Tratto da: Gli eroi, i buoni e... i buontemponi, di Luigi Milanese, Cierre Grafica Verona, 2004, pagg.19-23


 


Altre foto correlate:

Vedi anche:
 (Archivio -> Racconti, leggende) "El Pàparo"

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