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di F.G. - 17:55 (09/01/2017)
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muro SOS foto sagra
di Stefano - 22:09 (29/06/2016)
Stiamo cercando foto della sagra di Tarmassia (anni '60-'70-'80-'90) per una mostra a settembre. Saremo grati a chi ce le inviasse a: info@tarmassia.it. Grazie!
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Un cielo carico di cenere

1990 - La Resistenza a Tarmassia

Agostino Barbieri

1990 - La Resistenza a Tarmassia

Si riporta, con ampi stralci, il racconto di Agostino Barbieri, ex tenente dell'esercito italiano, ma convinto antifascista, isolano di nascita, che passò, dopo alcune vicende, alla Resistenza; egli divenne uno dei comandanti di spicco della Missione Militare R.Y.E. avente base nella canonica di Tarmassia e con scopi informativi e di sabotaggio. Molto interessante il racconto della sua cattura nell'abitazione della famiglia Giaretta presso la quale riparava ogni notte ed il racconto dell'interrogatorio sostenuto in Villa Guarienti alla presenza delle S.S. prima della sua deportazione a Mauthausen.
Interessante, inoltre, dal punto di vista storico, la descrizione dell'attività della discussa missione R.Y.E. di cui faceva parte anche il parroco di Tarmassia, don Luigi Cavaliere ed i fratelli Corrà. Non va dimenticato, a tal proposito, l'astuzia ed il coraggio di questo prete che, proprio nel cuore di uno dei centri dello spionaggio tedesco, a sua volta organizzò una cellula informativa della Resistenza, creando a Tarmassia una rete di solidarietà per l'occultamento di alleati o disertori dell'esercito repubblichino.



Verso la metà di gennaio, durante una notte in cui dormivo a casa di mio fratello a Isola, una formazione aerea alleata scaricò sul paese una serie di bombe che causarono diversi morti e parecchi feriti. Non si sa bene che cosa fosse successo perché al paese non c’erano obbiettivi militari; la piccola stazione ferroviaria fu risparmiata e le bombe caddero tutte nella zona del cimitero e dell’ospedale dove la gente, purtroppo, era accorsa pensando che quei luoghi non sarebbero mai stati colpiti.
In seguito a ciò mio fratello decise, dato che abitava vicino alla stazione, di trasferirsi in aperta campagna e, naturalmente noi facemmo lo stesso mia madre ed io.
Trovammo casa a Tarmassia, una frazione a quattro chilometri dal paese.
Intanto il mio lavoro clandestino procedeva.
(omissis)
Nel frattempo ebbi occasione di raccogliere, fra gli isolani, alcune voci secondo le quali, una notte, nella campanga, sarebbe stato lanciato un paracadutista con radio rice-trasmittente.
L’uomo, sempre secondo le voci, si sarebbe salvato, ma avrebbe dovuto abbandornare la radio che, raccolta da un contadino, sarebbe poi stata consegnata alla locale stazione dei carabinieri.
Cercai di saperne di più avvicinando uno dei fratelli Corrà, Flavio, che conoscevo per i suoi sentimenti antifascisti.
Flavio riferirà alla Missione Militare R.Y.E. che si era appena formata nel veronese, alla quale egli già apparteneva e a cui la radio era destinata, di questo mio interessamento.
D
a qui ebbe inizio la mia collaborazione con il capitano Perrucci, già mio commilitone al 79° fanteria che, a capo della Missione, veniva da tutti chiamato “il Professore”. La sua vera identità verrò a saperla anch’io molto più tardi.
Corrà mi fissò un appuntamento con “Bruno” chiamato “l’Allievo”, aiutante del “Professore”.
(omissis)
Accettato l’incarico stabilimmo  la nostra base operativa nella canonica di Tarmassia dove allora esercitava le funzioni di parroco don Luigi Cavaliere, che si rivelerà uno dei più attivi partigiani della zona.
La scelta della canonica come nostro punto di incontro non fu dettata da ragioni ideologiche, bensì dal fatto che in quel momento non esistevano, sul luogo, strutture organizzate idonee a dar inizio a un lavoro che aveva bisogno di appoggi sicuri e capillari.
La collaborazione era aperta a tutti. Mai come in quel periodo della lotta clandestina vi fu una maggiore unità di idee e di intenti.
L’organizzazione dei gruppi armati avvenne lentamente anche perché ad essa avevamo dato un’importanza secondaria.
Com’era previsto dal programma e per non trovarci alla sprovvista in caso in un improvviso crollo tedesco, ci mettemmo in contatto con alcuni ex soldati sbandati del disciolto esercito italiano che non erano riuciti o non avevano voluto passare nell’Italia del sud.
Poi convincemmo ad aderire alcuni giovani della zona e, poco a poco, si venne a formare un raggruppamento con una vasta estensione territoriale.
Il nostro compito, per ora, era quello di trovare delle armi; qualche pistola e alcuni fucili si trovarono abbastanza facilmente. In un secondo tempo furono acquistati dei mitra con relative munizioni.
Arrivammo ad avere un discreto armamento individuale.
I viveri per gli sbandati che non avevano famiglia ci venivano forniti da alcuni proprietari di mulini e riserie oppure li acquistavamo al mercato nero.
Ma questo non era un problema dato che in campagna era abbastanza facile trovar da mangiare.
Si venne così a creare una formazione a livello di battaglione facente parte del raggruppamento Lupo, inserito nel Movimento Armato di Liberazione che ebbe riconoscimento ufficiale dal Corpo Volontari della Libertà.
Col nome di battaglia “Fuoco” mi fu affidato il comando e nello stesso tempo la responsabilità del servizio informazione della zona Pianura Sud avendo come diretti collaboratori, oltre che i fratelli Corrà, anche il professor Tullio Zago e il professor Eugenio Tridapali.
Il problema urgente e importante era quello di organizzare i centri di informazione.
I ferrovieri, quasi tuti attraverso la mediazione di mio fratello Ferruccio, anch’egli ferroviere, accettarono di collaborare.
Il loro compito era quello di controllare e seguire i convogli militari che uscivano dalla stazione di Porta Nuova e venivano segnalati dal Capo Stazione titolare Brunner.
Tale controllo doveva avvenire nelle stazioni di Cadidavid, Buttapietra, Isola della Scala, Nogara, Roncanova, Ostilia, Bovolone, Cerea e Legnago.
Si dovevano individuare i convogli che trasportavano munizioni o materiale speciale e che, sui documenti di viaggio,erano indicati con nominativi fittizi.
Tale era il compito dei capostazione, i soli che potevano controllare i documenti.
(omissis)
Le brigate nere erano via via più aggressive e arroganti, gli arresti di antifascisti o di chi più semplicemente aveva rifiutato l’adesione alla repubblica di Salò, si facevano frequenti.
A Tarmassia dove, come ho detto avevamo la nostra base che cercavamo di frequentare il meno possibile (fissavo gli appuntamenti in luoghi sempre diversi per ovvie ragioni di sicurezza) pur nel generale clima di tensione e di paura regnava una relativa calma, tanto che la Missione mi mandò un collaboratore che aveva bisogno di stare nasconsto essendo un disertore della scuola allievi ufficiali della repubblica di Salò: Luigi Schierano che, col nome di battaglia “Gigi”, prenderà il mio posto dopo il mio arresto.
(omissis)
Intanto era arrivato il momento di passare alla terza fase del programma operativo: il sabotaggio.
Nessuno di noi aveva conoscenza dei mezzi tecnici per attuarlo. Ignoravamo come si usavano gli esplosivi, come si confezionasse una bomba a tempo e come si innescassero i detonatori.
In questo caso la mia esperienza di militare di fanteria proprio non serviva a nulla.
Il colonnello D’Emilio che durante il servizio militare era stato aiutante maggiore del mio reggimento e in quel tempo operava, sempre nell’ambito della R.Y.E., nella zona di Cologna Veneta, mi mandò uno specialista che prese alloggio nella Canonica.
Il corso, sempre per ragioni di sicurezza, fu fatto con un ristrettissimo gruppo di allievi: i fratelli Corrà, Don Cavaliere, Gigi ed io.
Qualche giorno prima dell’inizio del corso per sabotatori mi era giunta notizia che, a Isola della Scala, le brigate nere di Verona avevano operato un arresto.
(omissis)
Il giorno dopo mi recai a Verona per sapere se la missione potesse attingere notizie all’interno delle brigate nere, ma non venni a capo di nulla.
Ritornai a Tarmassia dove vivevo con mia madre in casa di una famiglia di contadini.
Per precauzione, la notte, andavo a dormire in un’altra casa di un piccolo proprietario terriero, il signor Giaretta, che ospitava pure mio fratello.
Nei giorni seguenti cercai di avere altre notizie sul giovane arrestato, ma nessuno era in grado di darmene.
Sembrava che la cosa fosse finita così.

LA NOTTE DEL 22.
Avendo sempre presente la faccenda dell’arresto, la notte del 22 novembre andai a dormire dal signor Giaretta; prima però nascosi in un pagliaio, custoditi in una scatola, un plico di documenti che riguardavano alcune importanti informazioni giutemi nel pomeriggio, delle carte topografiche e altri rilievi mappali da me eseguiti.
Verso l’una fui svegliato da rumori e voci che salivano dal cortile e dall’aia. Stetti un attimo in scolto, ma già avevo capito che qualche cosa di grave si stava preparando.
Si deve anche tener presente che, in quel periodo, scorazzavano per la campagna delle bande di malviventi che, profittando della caotica situazione, andavano a saccheggiare ovunque. Sentii anche dei rumori provenienti dalla camera del contadino. Saltai  dal letto e mi infilai i pantaloni, mentre il contadino siprecipitava nella mia stanza imbracciando una doppietta da caccia e gridando : “Ci sono i ladri, ci sono i ladri!”.
Le donne e i bambini cominciarono a gridare e a piangere e ne nacque una confusione infernale.
Intanto si sentirono dei oclpi alla porta d’ingresso. Era chiaro che non si trattava di ladri perhcè che va a rubare non si prende la briga di chiedere il permesso o di avvertire battendo alla porta, ma io dissi la stessa cosa: “Ci sono i ladri”, e intantto impugnavo la mia pistola di ordinanza che portavo quando era in serviizo militare e , accostandomi a una finestra, sparai alcuni colpi seguito dal signor Giaretta, il contadino, che con il suo fucile da caccia si mise a sparare dall’altra parte della casa.
Le brigate nere, che proprio di loro si trattava, risposero al fuoco, mentre cercavano di ripararsi dietro ai carri agricoli, nel pollaio o nel porcile.
Potevo vedere attraverso le imposte socchiuse, le loro ombre che si muovevano carponi strisciando e poi sparendo dietro qualche riparo. Dal vicino comando tedesco, dove naturalmente avevano udito gli spari, arrivò una pattuglia della polizia che circondò la casa e allora mi resi conto (a dir il vero era già da molto tempo che lo avevo capito) che il mio era un ultimo disperato tentativo e che non c’era più nulla da fare.
Gridai al contadino di non sparare perché i fascisti cercavano me.
Infatti, dopo qualche attimo dal cessate il fuoco, una voce si alzò dal cortile gridando “Cerchiamo il tenente Barbieri, lo scultore”.
Il contadino rispose: “No siete dei ladri!” e questa sarà la frase che lo salverà: sia i fascisti, sia i tedeschi lo lasceranno subito in libertà.
“Non siamo ladri”, disse ancora una voce,”aprite, da voi non vogliamo niente!”
intanto, duranto lo scambio di queste battute, nascosi la pistola e i documenti falsi in un sacco di grano.
Stranamente di questa pistola non si parlerà più, sebbene i colpi da me sparati non fossero stati pochi.
Probabilmente i brigatisti non furono in grado di distinguere i colpi sparati dal fucile del contadino da quelli che avevo sparato io, oppure la paura aveva creato una confusione tale che non capivano più nulla.
Appena aperta la porta di casa una valanga di forsennati si precipitò su di me, si scagliò su di me e a forza di calci e pugni mi spinsero fuori.
All’interno rovistarono tutto. Erano infuriati forse per l’intervento dei tedeschi i quali non perdevano mai occaiosne per dimostrare senza di loro i fascisti non riuscivano in niente, nemmeno a catturare una sola persona, pur essendo loro una ventina e  armati di armi automatiche.
Dopo qualche spintone mi misero davanti a un uomo che, nel buio della notte e nel frastuono di quanto stava succedendo, subito non riconobbi.
Una voce si rivolse all’uomo chiedendogli se ero io il tenente Barbieri.
“Sì, è lui” fu la risposta. Finalmente abituandomi al buio, i miei occhi poterono dar corpo a quella voce che poco prima aveva confermato la mia identità.
Era il giovane arrestato, si diceva, per il mercato nero e che io conoscevo.
In quella notte fummo arrestati in nove.
I tedeschi, lasciando da parte i fascisti, si impadronirono della preda, cioè di noi, e ci portarono al loro comando.
Incominciarono subito gli interrogatori, separati, a suon di botte per tutti e poiché eravamo troppi e le contraddizioni erano facili vi fu, da parte di ognuno, qualche ammissione, delle incertezze e qualche debolezza.
Per me e i fratelli Corrà si presentò subito un grave problema: quello di evitare, nel modo più assoluto e a qualsiasi prezzo, che venissero a sapere che facevamo parte della Missione Militare perché, in quel caso, per noi, sarebbe stata la sicura fucilazione e avremmo messo in serio pericolo tutto il sistema informativo della zona che era la cosa che più importava ai tedeschi i quali non avrebbero rinunciato a spremerci prima di mandarci all’altro mondo.
Quando sentii parlare i tedeschi e i fascisti di Comitato di Liberazione e solo di quello, movimento politico-armato che nella zona non aveva eseguito nessun atto militare contro i tedeschi, feci mia e accreditai la tesi dichiarandomi membro del detto Comitato fra lo stupore degli inquirenti che non si aspettavano una così “spontanea” confessione.
Dichiarai che oltre i presenti nessun altra persona era implicata nella faccenda.
I tedeschi chiesero conferma al giovane che con la violenza era stato costretto ad accompagnare la brigata nera a casa del contadino che mi ospitava ed egli rispose affermativamente. Lo stesso fecero con una donna che i fascisti avevano portato con loro e che tenevano nascosta sdraiata su un divano, sotto una coperta, certamente una loro informatrice e anch’essa disse di sì.
Nel paese intanto si era sparsa la voce del nostro arresto.
Parenti ed amici si mossero per cercare di salvarci, cominciando dall’allora podestà, lo stesso che diventerà sindaco dopo la liberazione.
Il podestà venne al comando tedesco accompagnato dal segretario politico repubblichino che era, se non vado errato, parente di uno degli arrestati.
Furono introdotti nella sala dove si erano svolti gli interrogatori e il maggiore tedesco, in nostra presenza, senza permettere che essi pronunciassero parola, disse: “Rassicurate la popolazione che i banditi sono stati tutti catturati e che di conseguenza ogni pericolo è cessato”.
Il podestà tentò un timido intervento, ma i nostri non richiesti, almeno da noi, difensori, furono allontanati.
Per i tedeschi la questione era chiusa e certamente ci avrebbero spediti subito a Bolzano e poi in Germania, ma i fascisti, che volevano la loro parte di “gloria” per la brillante operaizone, ci presero in consegna, ci caricarono su di una camionetta e, con una scorta ben nutrita, ci portarono a Verona dove fummo rinchiusi nei seminterrati della loro caserma presso la scuola di Avviamento Commerciale, vicino Giardino Giusti.

(il racconto prosegue con la deportazione al campo di concentramento di Mautausen, l’amicizia con Caleffi, la liberazione, il ritorno in Italia e il ritorno alla vita d'artista)

Agostino Barbieri, Un cielo carico di cenere, Soc. Editrice Vannini, Brescia, 1990 - pagg. 86-91, 93-98,
Nella foto: Camera a gas, Agostino Barbieri, Civiche Raccolte d'Arte - Castello Sforzesco, Gabinetto dei Disegni - Milano, 1945
 


Altre foto correlate:
1990 - La Resistenza a Tarmassia
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Vedi anche:
 (Archivio -> Libri) "1981 - La Resistenza nel Veronese"
 (Notizie -> Articolo di testa) "«Fu schiavo di Hitler, merita l’indenizzo»"

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