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Raccolta di storie sull'arciprete

Ricordi e testimonianze su don Giuseppe Andreoli

Vari

Ricordi e testimonianze su don Giuseppe Andreoli

DON GIUSEPPE ANDREOLI parroco di Tarmassia per 42 anni nato a Malcesine il 2 febbraio 1874 morto a Tarmassia il 19 giugno 1949


TESTIMONIANZE E RICORDI RIGUARDANTI DON GIUSEPPE ANDREOLI PARROCO DI TARMASSIA DAL 1907 AL 1949. 1- Peron Marcella. “ Don Giuseppe Andreoli era un sacerdote alto, diritto, magrissimo e aveva modi di fare bruschi, ma era giusto e aveva un grande cuore. Era severo ed esigente come si usava allora quando la quasi totalità dei parrocchiani andava a Messa. Qualche volta si tardava ad entrare in chiesa. Ricordo che una domenica mattina don Giuseppe stava vicino alla porta degli uomini e stavano arrivando, calciando un sasso o delle castagne matte, i ragazzi di una famiglia numerosa giunta da poco tempo nella nostra parrocchia. L’arciprete alzò il bastone che usava negli ultimi anni e intimò: “Avanti, in chiesa! Che sta iniziando la Messa.” E ad uno più anziano che lo guardava, disse: “Su, dentro anca tì, bocia!”. Questi, che era infatti un po’ basso e grassottello, rispose: “Bocia a mì? Pare de quatro fioi!” ed entrò in chiesa. Era giusto, difendeva la povera gente e per questo, ho sentito dire, ha subìto tante offese dai fascisti del tempo e questi volevano portarlo via e imprigionarlo. Ma lui non aveva paura; è andato a Isola a piedi ed è passato più volte davanti alla Casa del Fascio, ma nessuno lo ha fermato. Era buono e si commuoveva durante le prediche. La mia famiglia ha subìto in quegli anni tante disgrazie. Don Andreoli ci ha voluto tanto bene e ci è stato tanto vicino. Quando è morto mio papà Don Andreoli, che già stava poco bene, è venuto al suo funerale e per la commozione ha avuto un malore” 2 – Zuanetti Rita. “Ho conosciuto bene l’arciprete Don andreoli. Era un uomo grande, snello. Era bravo, buono, “L’era da Dio mandà!”; era un prete proprio prete, un padre per tutti. Faceva tanta carità. Quando si andava alla prima comunione, se uno era povero, lui gli comprava scarpe, vestito e quello che occorreva per essere come gli altri. Prendeva la “minela” dei campi e quello che riceveva lo dava in carità ai bisognosi del paese. Lui soldi per sé non ne teneva mai. Ha risparmiato dei soldi solo per fare l’asilo infantile per i bambini, perché “el ghe tegnea assè par i buteleti”. Così ha voluto che venissero le suore che aiutavano anche la povera gente come infermiere, animavano la Messa, faceva scuola di lavoro per le ragazze e le giovani. Alla domenica andavamo tutte all’asilo e ci divertivamo. In quegli anni a Tarmassia c’era un bel coro con dei bravi cantori. Oltre a noi Zuanetti (che cantavamo sempre con gioia), c’erano: la Emma Barbagini, la Iole Cantarella, l’Angela Franzina e fra gli uomini: Bigi Bustega, Gianel, mio papà Virgilio, Tinto e tanti altri. Dopo le prove di canto, l’arciprete diceva alla sua perpetua Giuseppina: “Porta qualcosa da bere ai cantori”. Ma la Giuseppina prima beveva lei e poi aggiungeva acqua nel fiasco. Era severo con chi non si comportava “come Dio comanda”; non voleva che si ballasse (a quei tempi si pensava che fosse peccato) e se una andava a ballare veniva cancellata dall’Azione Cattolica o dalle Figlie di Maria. Lo ricordo ancora nelle processioni: ci teneva alle benedizioni delle case e delle campagne. Alle Rogazioni andava in processione, cantando le litanie dei Santi, nelle varie contrade dove veniva preparato un altarino con le uova e qualche salame. Poi lui vendeva le uova e faceva carità. Ogni settimana andava a piedi riparandosi dal sole con un ombrellino fino alla chiesetta di Campolongo dove celebrava la Messa. Così pure lo ricordo quando andava a portare la comunione alla “vecia Bustega”, la nonna di Giuseppe. Era accompagnato dai chierichetti che portavano le candele e suonavano il campanello. Dopo che aveva fatto la comunione, Don Giuseppe metteva sempre le mani in tasca e tirava fuori una manciata di caramelle per noi bambini e lasciava cinque lire alla povera vecchia. Lo ricordo ancora predicare dal pulpito alto nelle feste grandi o dal pulpito di legno nelle altre domeniche. Gli uomini erano davanti sulle sedie e le donne dietro sui banchi, divisi da un gran tendone. Era un bravo oratore, parlava chiaro e con il cuore. Prima della predica si recitava il rosario. Di solito era guidato dalla Erminia Balestra, poi da Silvietto un giovane trovatello che poi è andato come sacrista a San Giovanni Lupatoto. Da ultimo, ricordo che alla sua morte è stato esposto fino al funerale nella cappellina. A noi bambini era proibito vederlo, ma noi andavamo lo stesso a spiare. Era stato malato tanti anni, fumava i toscani e negli anni di malattia seguiva la celebrazione della Messa attraverso uno spioncino che esisteva tra la Chiesa e la sua camera. 3 – Giaretta Rosina Ho conosciuto tardi l’arciprete Don Andreoli. Quando avevo otto anni un muratore mentre sistemava il tetto di una casa è caduto rimanendo ucciso. Io stavo andando a scuola e ricordo l’arciprete venire a passo svelto per portare il Viatico accompagnato dal chierichetto con l’ombrellino. Aveva un modo di fare brusco e bonario nello stesso tempo. Bisognava “marciar diritti”. Era severo con noi donne a causa della moda. A volte si metteva davanti alla porta delle donne e se qualcuna aveva le gonne troppo corte “el ghe misurava una buona sberla”, ma noi più piccole e biricchine ci abbassavamo e lui, grande com’era, faceva fatica a chinarsi. 4 – Balestra Leda Io ero di casa in canonica perché vi andavo spesso con mia zia Erminia. Don Andreoli era un uomo alto, magro, diritto; era un prete severo e buono. La sua principale caratteristica era una grande pietà e una grande carità verso tutti. Molti avevano grande soggezione nei suoi riguardi. In quegli anni Tarmassia era una parrocchia ben organizzata. Aveva l’Associazione del Santissimo con tanti confratelli, le Madri Cristiane, le Figlie di Maria, l’oratorio per i giovani e ultimamente anche l’Azione Cattolica. Per consigliare suo problemi amministrativi c’era il gruppo dei fabbriceri. Durante le processioni, le funzioni domenicali e i funerali, i confratelli con il loro camice bianco, la mantellina rossa e il grande medaglione davano solennità alle cerimonie. Durante le Quarantore veniva messo un inginocchiatoio davanti all’altare dove era esposto il Santissimo e i confratelli si alternavano garantendo una presenza ininterrotta per tutta la durata dell’adorazione. Il coro era composto da ottimi cantori, bravissimi uomini e donne delle famiglie: Zuanetti, Perobelli, Chiavegato, Zermiani, Gianello. Si suonava l’armonioe in certe solennità anche il violino. Don Giuseppe Andreoli era un prete buono: dava tutto in carità senza tener niente per sé e se anche era severo con alcuni, si vedeva che provava compassione per tutti. Spesso nelle prediche terminava piangendo per i mali del mondo. 5 – Castellini Enrica Don Giuseppe era buono e severo: a noi giovani piaceva tanto ballare; eravamo tutte dell’Oratorio o dell’Azione Cattolica e così ci cancellava e poi bisognava andar e a domandargli scusa. Era come un papà che castigava ma voleva bene. La nostra famiglia era molto povera: quattro figli orfani di madre fin da piccoli. L’arciprete dava sempre qualcosa o la mancia a tutti, ma ai più poveri dava di più perché provava tanta compassione per chi pativa. E’ stato un prete magnifico, questa è la sincera verità. Allora eravamo quasi tutti ‘pitochi’ e tutti potevano fidarsi di lui. Mi ha messo alla Prima Comunione quando avevo sei anni e mezzo come si usava allora. Mi ha preparato per la Cresima. Poi si è ammalato e nel ’39 è venuto don Luigi, ma ha voluto celebrare lui stesso il mio matrimonio con al fianco il curato. Ricordo quando facevamo delle recite in chiesa e io facevo sempre la parte dell’Angelo e lui era contento. Negli ultimi anni stava seduto in cucina vicino al camino. Quando veniva qualcuno lui aveva sempre qualcosa da donare e la sua perpetua, la Giuseppina, brontolava: “Tu daresti via tutto, tu dai i soldi a tutti”. Lei era un po’ tirchia, ma non era cattiva neanche lei. Don Giuseppe non andava mai in giro, ma quando veniva nelle famiglie a benedire le case non voleva mai niente dai più poveri, anzi era lui che donava sempre qualcosa. Io abitavo nel caseggiato dove c’era l’osteria di Bepo Fianco ma dovevamo sloggiare per lasciare la casa ad altri. Non sapevamo dove andare. Il prete è andato da Minozzi che aveva delle stanze vuote e “Volete che lasciamo queste povere creature in mezzo alla strada?” - diceva e piangeva – “Per la carità, mettili via subito, trova un posto da fermarse” continuò. E così, per don Andreoli, abbiamo avuto una casa di Minozzi. Lui si interessava di tutti. 6 – De Battisti Idalgo Ho fatto il chierichetto con lui fino a 14 anni. Don Giuseppe era buono, avrà avuto anche lui i suoi difetti, cercando di aiutare uno, a volte, si scontenta un altro. Anche la mia famiglia era povera. Io andavo ad aiutarlo e una volta mi ha dato otto lire, a quei tempi erano davvero tante! E con quelle mi sono comprato le ‘sgiavare’. Ero anche capo dei chierichetti. Quando c’era un matrimonio gli sposi davano una bella mancia. Io davo i soldi a don Andreoli e lui li divideva fra tutti, ma ne dava di più a chi serviva messa tutte le mattine, che si celebrava alle 6.30 d’invero e alle 5.00 d’estate. Era giusto e dalla parte dei lavoratori. Una volta che i padroni volevano far firmare ai braccianti e salariati un contratto troppo pesante, lui disse a tutti che non lo firmassero perché era un contratto da fame … e per questo ha subito anche delle minacce. Era molto amico di don Forante, parroco di Villafontana, un altro vero santo. 7 – Mirandola Gabriella Ho conosciuto molto bene l’arciprete don Andreoli, anche perché la sua perpetua Giuseppina mi ha fatto da madrina al Battesimo. Era tanto buono, quante volte mi ha dato da mangiare! Quando uscivo da Messa, molte volte, mi domandava se avevo fame. “Sì” gli rispondevo, allora mi chiamava in casa e mi dava sempre qualcosa. Era anche molto severo e non mi risparmiava anche qualche sberla quando facevo qualche marachella. Ricordo che una volta avevo le ‘sgiavare’ di legno, eravamo in chiesa e battevo forte i piedi per terra facendo baccano. Lui si è girato, è venuto verso di me e mi ha misurato un bello schiaffo e poi è tornato all’altare. Immaginarsi la vergogna che ho provato! In quegli anni a metà chiesa c’era un tendone che divideva gli uomini dalle donne e a noi ragazze piaceva spostare il tendone per spiare dalla parte degli uomini. Quando l’arciprete se ne accorgeva, dopo la predica erano tirate d’orecchie! Ma noi gli volevamo bene lo stesso perché era tanto buono e faceva tanta carità, dava via tutto; era un prete straordinario. Eravamo tanto poveri, miseri. Anche lui viveva proprio da povero, ma in casa sua si trovava sempre qualcosa da donare. Era molto bravo nello spiegare il vangelo, un vero oratore. Difendeva sempre i poveri, predicava contro la guerra, piangeva e pregava. Di persona era alto, magro, secco, proprio un ‘Paialonga’. Poche volte andava in bicicletta e una volta è anche caduto. Allora i preti avevano una veste nera e lunga fino ai piedi; un colletto duro e bianco; un berretto duro con tre coste o la ‘cappella’ per i viaggi lunghi. 8 – Patuzzi Dino Anch’io lo ricordo come un uomo che si preoccupava per noi parrocchiani. Quando è cominciata la guerra soffriva nel veder partire tanti giovani e faceva quello che poteva per risparmiare la partenza specialmente per i padri di famiglia. Per la Cresima siamo andati a Isola. Era inverna e faceva freddo, c’era la neve. I più sono partiti a piedi, pochi sono partiti in macchina, ma ad un certo punto l’auto è slittata e così hanno dovuto tutti far la strada a piedi. In definitiva era un prete severo ma tanto buono e di grande carità, un vero padre del paese. 9 – Lorenzetti Giuseppe Don Andreoli mi ha dato il battesimo, la prima comunione e mi ha preparato alla Cresima. Ho cominciato a fare il chierichetto quando avevo appena cinque anni. Allora la Messa era tutta in latino e bisognava saper bene a memoria tutte le risposte. Don Andreoli era preciso, buono ma severo nell’educazione. Quando si sbagliava ti dava una ‘sciaffetta’ dicendo: “dormito?”. Prima della guerra la gente frequentava la chiesa. La chiesa era per tutti il centro della vita. Nei giorni feriali la messa era alle sei del mattino d’inverno quando il buio era ancora fondo, e alle cinque d’estate. Alla domenica c’erano due messe: una alle cinque di mattina con la comunione e l’altra alle dieci. Per fare la comunione bisognava essere digiuni dalla mezzanotte. Al pomeriggio poi c’era il catechismo per i bambini e la ‘quarta classe’ per gli adulti. La quarta classe era tenuta dall’arciprete sul pulpito di legno in mezzo alla chiesa. Finito il catechismo e la quarta classe, i ragazzi venivano in chiesa con i loro insegnanti per ricevere tutti la benedizione eucaristica. Dalla sacrestia uscivano prima i confratelli con le torce, poi i chierichetti con il turibolo e l’incenso e infine l’arciprete con il piviale tenuto aperto da altri due chierichetti. Don Andreoli era anche un bravo predicatore. Era chiaro nel parlare, si ascoltava volentieri. Era un uomo piuttosto solitario e non amava allontanarsi dal paese. Qualche volta mio papà andava a Verona in curia per lui. Mio papà era un po’ amministratore dei beni parrocchiali e ci diceva che molto spesso l’arciprete firmava dei ‘buoni’ per qualche chilo di polenta o frumento per famiglie povere. Era un prete tanto caritatevole, voleva tanto bene alla gente e ai bambini. Per questo ha donato tutto per fare l’asilo. 10 – Gaino Don Giuseppe era alto e longilineo, aveva un carattere un po’ focoso, ma da animo tenero. Quando a Tarmassia è stata istituita l’Azione Cattolica venivano alcuni giovani di Isola a tenere le prime riunioni. Lui in piedi appoggiato allo stipite della porta che dalla camera (detto camerino) portava in canonica, sentendoli parlare con tanto fervore si commuoveva. Fuori dalla canonica lo si vedeva poco, passeggiava nel cortile oppure d’estate sotto gli alberi del piazzale vicino alla chiesa. D’estate, quando andava a far visita a qualche famiglia, si riparava dal sole con un ombrellino. Ha fatto il militare nella cavalleria ed era molto orgoglioso perché a quei tempi questi era un corpo molto specializzato; lui essendo studente era furiere. Era antifascista. Una domenica pomeriggio d’estate, sono venuti i fascisti a stampare la testa del duce vicino alla porta della chiesa dove entravano gli uomini. Lui con altre persone sono andati da questi fascisti per picchiarli, ma loro erano armati ed hanno cominciato a sparare alcuni colpi d’arma per aria e così hanno desistito. Quando in tempo di guerra hanno istituito l’ora legale, lui disse: “il mio orologio e quello del campanile non si toccano!”. Così le messe restarono con l’orario vecchio come anche il suono della campana a mezzogiorno e all’Ave Maria. Chiamava l’ora legale “l’ora dei matti”. Aveva messo da parte un grande risparmio per la costruzione della scuola materna (dicevano quarantamila lire). Io prima di partire per il servizio militare sono andato a salutarlo. Lui mi disse: “Guarda che io ne so qualcosa. Tu vai nell’anticamera dell’inferno. Alla sera quando ti sei coricato metti la testa sotto le coperte e recita tre Ave Maria”. Nel piazzale della chiesa si giocava a pallone. In fondo c’era un albero che disturbava il gioco. I giovani hanno chiesto a don Giuseppe di toglierlo e lui: “neanche per sogno!”. Una sera alcuni ragazzi con una trivella hanno fatto un buco nel tronco e con una mina l’hanno fatto saltare. Quando si giocava, il pallone a volte finiva nell’orto della canonica e, per la fretta di andarlo a prendere si saltava la siepe danneggiando anche le piante dell’orto. Qualche volta don Giuseppe prendeva il pallone e lo nascondeva in casa. Silvietto, che era di casa, andava a riprenderlo. Aveva un bel gatto bianco e nero, a cui era molto affezionata la Giuseppina. Quei quattro monelli del paese l’hanno preso e gli hanno tagliato le orecchie e la coda. La Giuseppina: “C’iei stè quei quatro lazaroni con a capo Silvietto?”. 11 – Zuanetti Rina Ho conosciuto molto bene don Andreoli, soprattutto per il canto. Il Coro stava imparando la Messa ‘degli Angeli’. Noi Zuanetti veenivamo da Salizzole dove c’erano le suore e l’avevamo già cantata. L’arciprete mi ha mandato a chiamare: “Non verresti a cantare nel coro di Tarmassia?” “Arciprete – risposi, cantare è la passione di tutti noi in famiglia”. E così abbiamo cominciato a cantare con lui, ma non proprio con lui, perché era stonato come una campana e per intonare il ‘Tantum ergo’ c’era Silvietto. C’era una difficoltà: a me piaceva tanto anche ballare, ma lui non voleva. Era la fine del Mese di Maggio, si faceva la processione con la statua della Madonna, ma ero andata a ballare. “Come posso fare?. Tu sei quella che intona tutti i canti – mi dice il giorno prima – e bisogna che ti cancelli perché so che sei andata a ballare. Sai che non bisogna. Ma che gusto ci trovi?”. “Arciprete – gli risposi – ma mì che me godo assè!”. “Ah, briganta che no te sì altro!” mi gridò. Ma alla fine mi ha riammessa. Era tanto preoccupato per i malati, allora ce n’erano tanti sia giovani che vecchi, e lui voleva assistere tutti. Guai se uno moriva senza la sua assistenza. Una volta un uomo è morto improvvisamente e lui non si dava pace perché non era arrivato in tempo. Si sentiva responsabile di tutti i parrocchiani e diceva: “Voialtri avete una famiglia, ma la mia famiglia è tutta la parrocchia e non devo trascurare nessuno”. Alla Canova abitava una famiglia molto povera. Don Andreoli andò a trovarla perché da qualche tempo non si facevano vedere e domandò come andava. “Cossa vollo, sior Arziprete – disse la mamma – el vede anca lù!” Don Andreoli guardò nel ‘casson’ dove si teneva la polenta, ma era completamente vuoto. “Adesso parti – disse l’arciprete – va da Padovani e te ghe disi che el te daga la polenta”. E così ha fatto, e non una volta sola ma quando c’era estremo bisogno e dopo lui passava a pagare. Ed è morto povero dopo aver dato tutti i suoi risparmi in carità. Ed infine per l’asilo che ha voluto con le suore per i bambini che spesso erano abbandonati durante il giorno. 12 – Gobbi Carmela Sono nata a Tarmassia e ho conosciuto bene tutti i preti che mi hanno voluto bene e così anche don Andreoli. Era severo ma tanto buono, tanto che quando andavo a confessarmi da lui mi diceva: “Dopo passa in sacrestia”. E mi dava sempre qualche ‘franco’ o una sporta con qualcosa per tirare avanti. Don Andreoli mi ha battezzato, messa alla Comunione e mi ha anche sposata. Quando mi sono sposata, siccome rispondevo piano mi ha detto: “Carmela parla più forte!”. “Sì, signore!” risposi a mio marito e al prete. Peccato che tante cose non le ricordo più perché la memoria non è più quella di una volta. 13 – Giordani Pierina Era ‘magrotto’ e anche ‘cattiotto’ con chi non lo ascoltava. Era severo con noi perché ci piaceva andare a ballare e lui non voleva perché diceva che era peccato. Durante la messa della domenica faceva i nomi di chi era andato a ballare. Un’altra cosa che lo faceva arrabbiare era la moda delle ‘cottole curte’. Avevo dodici-tredici anni e andavo al Rosario durante il Mese di Maggio. Lui mi guarda e dice: “Te ghè le cottole massa curte, và a casa, via!”. Vado a casa e lo dico a mia mamma. Lei mi risponde: “Ma và là!”. Io , arrabbiata le dico: “Ma doman de sera ghe penso mì. Te me dè la to vestaglia e me meto quela. Vedemo se el gà ancora qualcosa da dir!”. La sera dopo torno in chiesa, lui mi guarda e gli dico: “Ecco, vale ben cossita?”. “Vedito – mi dice – adesso i è proprio massa longhe”. Veniva spesso a casa mia perché c’era mio papà ammalato. Poi a diciannove anni anch’io mi sono ammalata gravemente di tifo. Lui è venuto spesso a trovarmi. Era uno che andava a trovare le persone e quando veniva si vestiva come per un viaggio con il suo cappello, l’ombrellino e magari il toscano in bocca. 14 – Mantovani Giuseppe Il carattere di don Andreoli era come la sua figura: brusco, asciutto, severo. Non usava compromessi, era un prete tutto di un pezzo. Noi della Novarina eravamo registrati sia a Bovolone che a Tarmassia. Don Andreoli veniva con il suo ombrellino, ma noi ragazzi avevamo soggezione e quando arivava correvamo a nasconderci e spiavamo da lontano. Nelle prediche era corto ma bravo. Nelle feste grandi invitava spesso a predicare Mons. Pezzo di Bovolone, mentre era tanto amico di don Forante, parroco di Villafontana. 15 – Zanda Angelo e Adele Patuzzi Quando sono venuti i fascisti per portar via i gagliardetti, io andavo a scuola e ricordo che avevano un gran cinturone, gli stivali e parevano dei boia. Don Andreoli allora chiuse tutte le porte della chiesa, si mise diritto sulla porta principale con le braccia incrociate, col suo cappello col pon-pon e li ha affrontati senza paura: “Mì me portarì via, ma i gagliardetti i resta qua!”. I fascisti hanno scambiato qualche frase, hanno abbassato la testa e se ne sono andati, sembravano bastonati. Ricordo un altro episodio. Dovevo andare alla Prima Comunione ed era lui che ci preparava assieme alla Giuseppina o “Ciopetina” come la chiamavamo noi. Questa aveva una pertica di canna lunga - lunga per richiamare i distratti. Ebbene, quando l’arciprete mi ha fatto l’esame per la Comunione, mi ha chiesto: “ Quanti Signori gh’è?”. Io, pensando alle persone della Trinità, rispondo: “ Sono tre”. “Ben, adesso va a casa e te vegnarè st’ano che ven quando ghe ne sarà uno solo!”. E sono tornata a casa piangendo e a mia mamma ‘ghe vegnea da desperarse’. Allora andava così, c’era tanta severità con i figli. Ma sapeva anche essere buono e ricordo che una volta mi ha regalato un bel quadretto perché sapevo bene a memoria le preghiere e la dottrina. Era molto buono, un santo. Durante la prima guerra mondiale mio papà era al fronte e mia mamma era rimasta sola con quattro figli e non sapeva darsi pace, si sentiva disperare. Andò dall’arciprete, come si faceva allora. “Sta sicura, Ginevra, che Giuan el tornarà sano e salvo a casa”. E lo diceva come se ne fosse sicuro. E infatti, il Signore ha fatto la grazia ed è tornato. Non sappiamo se erano miracoli o cosa, fatto stà che le parole di don Andreoli e le sue benedizioni ai campi, alle bestie erano sante e vedeva la verità anche nelle cose più complicate. Era buono con chi era nel bisogno, ma era severo e inesorabile con chi truffava e opprimeva i poveretti. 16 – Donini Lino, Ottorino, Nerina, Leandrina Era buono, ma anche severo; metteva soggezione. Ricordo che non voleva mettermi alla prima comunione perché ero timida e non rispondevo alle sue domande, mi mettevo a piangere. Allora mi ha presa e mi ha interrogata la Maria Campanara e così ho risposto a tutto e sono stata ammessa. Una domenica mattina sono andato a messa assieme a Carlo Pio, il conte. Eravamo ragazzi ma ci credevamo più grandi, e così invece d’andare sulle panchine con i più piccoli, abbiamo preso due sedie. L’arciprete dall’altare, vedendoci sulle sedie mentre c’era qualche uomo rimasto in piedi, è venuto giù e ha dato una sberla a me e una pedata negli stinchi a Carlo Pio che si è messo a piangere come un aquilotto. Con don Giuseppe non bisognava sgarrare, perché non guardava in faccia a nessuno. Un’altra volta era il Venerdì Santo. Aveva invitato per la predica della Passione un sacerdote di Salizzole, un certo don Ferrari. Questi dal pulpito cominciò a parlare dell’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi e, gira e gira, non andava mai avanti e non trovava la strada per finirla – il Signore era sempre nell’orto!. Don Andreoli ascoltava impaziente, passeggiando dietro la balaustra. Ad un certo punto, lui che era sbrigativo e non voleva stancare la gente, scoppia: “Dighe che l’è morto nell’orto e l’è bela finia!”. Il povero don Ferrari capì e tagliò corto: “Sia lodato Gesù Cristo” e finì così la sua predica. Quando è morto don Andreoli i suoi parenti volevano sapere cosa aveva lasciato in eredità, quanti soldi. Ma non aveva proprio niente. E’ morto povero come un santo; hanno trovato invece un libro con la nota di tutte le offerte che faceva. Dava tutto in carità e infine ha dato tutto per l’asilo, perfino i risparmi e le proprietà della sua perpetua Giuseppina sono finiti in offerta per l’asilo.  Quando nel ’39 venne don Luigi a Tarmassia, si presentò a don Giuseppe e questi, tra i primi incarichi che gli affidò, lo invitò ad andare in chiesa a confessare le donne. Don Luigi, con un po’ di soggezione, fece presente che, essendo da poco tempo prete, non aveva ancora il permesso del vescovo per confessare le donne. E don Giuseppe sbottò: “Allora, te mandeli in guerra senza s-ciopo?”. (M. G.)  Ho conosciuto bene don Andreoli; mi ha messo alla Comunione. Quando era ammalato andavo a trovarlo. Era buono e ha fatto tanta carità a chi aveva bisogno. Era grande, magro, proprio “Paia longa”. Voleva bene a tutti, per lui erano tutti uguali, non distingueva tra chi andava poco o tanto in chiesa. Però lui ci teneva molto che tutti fossero buoni cristiani. Non voleva che si parlasse male degli altri. Una volta si è arrabbiato tanto con me: ero andata a ballare, come tante altre giovani. Lui mi ha sgridato e io gli ho risposto: “Ma non ho fatto niente di male, mentre di qualche altra sì! Che si potrebbe dirne tante …!”. Lui ha detto alla mia mamma che ho la “lingua lunga” e ha minacciato che non mi avrebbe sposato in chiesa. Però dopo mi ha sposata lo stesso. (C. P.)  Ci chiamavano ‘i campanari’ perché mio papà Angelo ha fatto per tanti anni il campanaro – sacrestano con don Andreoli. Ci ha voluto tanto bene e ci ha aiutato, specialmente quando noi uomini abbiamo dovuto andare militari. Allora andava proprio male. Quando Maschio ha lasciato l’affitto dei campi della parrocchia, don Andreoli ha chiesto a mio papà se voleva prenderli lui e ha aggiunto: “Se potrai pagherai l’affitto, altrimenti facciamo pari lo stesso”. Ma poi non si è fatto niente perché mancavano attrezzi, stalle e tutto. Don Andreoli era buono, ma esigente nella pulizia della chiesa e in tutto. Era proprio un prete santo, come quello di Villafontana, suo grande amico e confessore. Quando mio fratello gli ha detto che il mio papà era morto, lui è scoppiato a piangere come un bambino. (P. G.)  L nostra famiglia era proveniente da Gazzo Veronese e abbiamo preso in affitto da Perbellini un forno a legna privato e lì abbiamo cominciato a fare il pane. Erano anni brutti, la gente era molto povera e per lo più si mangiava polenta, si faceva il ‘fogazzin’ in casa ed erano pochi quelli che potevano permettersi di mangiare il pane. Anche pasta se ne vendeva poca perché quasi tutti si facevano le tagliatelle. E noi avevamo solo pasta e pane e anche per noi le cose non andavano bene. Il lavoro era tanto e faticoso, il posto stretto e spesso si doveva saltare la Messa e le prediche. Prima della guerra io avevo due figli e ho avuto anche da questionare con don Andreoli perché in estate mandavo i miei bambini in chiesa con le calze corte e lui non voleva. Ogni tanto i bambini mi dicevano che il prete li aveva sgridati per questo fatto. Un giorno si è fermato al forno e mi ha detto: “Perché mandi in chiesa i bambini con le calze corte, mentre tutti gli altri le hanno lunghe?”. Io mi sono un po’ arrabbiata e gli ho risposto che anche i figli del conte le avevano corte. “Hai ragione – mi ha risposto – mandali pure con le calze corte!”. A volte mi scusavo: “Arciprete, a volte non posso venir a Messa”. E lui mi diceva: “Sta tranquilla, lo so il mestiere che fai”. Era tanto bravo da predicare ed era un piacere ascoltarlo. Dopo che abbiamo fatto la pace per i ‘calzetti curti’ si fermava spesso al forno quando passava; si interessava di tutto e di tutti. Quando c’erano le prediche, c’era la chiesa piena e le processioni erano proprio uno spettacolo, specialmente quella del Venerdì Santo con tutte le candele accese alle finestre, sulle porte, negli orti; e lui sotto il baldacchino con i confratelli, alto e diritto. (M. A.)  Era un prete severo perché voleva bene a tutti come fosse un padre. Una sera un uomo ritornava dall’osteria ubriaco e bestemmiava. Don Andreoli che stava sulla portina l’ha sentito, gli è andato incontro e gli ha appioppato una sberla facendogli volare il cappello per la strada e gli ha detto: “Così impari a comportarti da cristiano!”. Mia suocera mi ha raccontato che tante volte è andata a prendere la polenta da Padovani con i ‘buoni’ rilasciati da don Andreoli. Ricordo quello che diceva nelle ultime prediche. Era preoccupato per paura della guerra. E predicando piangeva perché pensava quante disgrazie avrebbe portato: “Se non ci comportiamo da buoni cristiani, verrà la guerra figlia del demonio e distruggerà tutto!”. (B. M.)  Don Andreoli mi ha messo alla Comunione e mi ha preparato alla Cresima che poi ho ricevuto a Isola della Scala. Lui voleva che fossimo preparati bene, che sapessimo tutte le preghiere. Era un prete che voleva che grandi e piccoli rigassero diritti nelle cose piccole. Non era cattivo ma aveva un carattere piuttosto impulsivo, nervoso. Alla sagra a Tarmassia c’era una fisarmonica che suonava una tarantella e le giovani andavano a fare quattro salti, ma lui non voleva. Io non ci andavo perché neanche mio papà voleva. A otto anni ho passato il tifo e sono rimasta a letto per settantasei giorni. L’arciprete veniva spesso a trovarmi, ne sapeva più del dottore. Stavo proprio male, sempre peggio e lui diceva ai miei genitori: “Se volete salvare questa figlia ascoltate me. Se volete ascoltare il dottore, ascoltatelo, ma io vi dico cosa potete fare perché guarisca bene”. E abbiamo ascoltato il prete ed è lui che mi ha fatto guarire con caffè forte e ‘crema marsala’. Andava sempre a trovare tutti gli ammalati, giovani e vecchi. Era bravo da predicare, ma specialmente era prete di grande carità. Quando è morto, mio figlio Angiolino ha voluto andare a vederlo. Quando ormai sentiva la morte avvicinarsi, a volte si lamentava e la Laura Marangoni, che andava in canonica a far qualche lavoro gli diceva: “Come può aver paura di morire lei che ha fatto tanto bene, che ha custodito tutto il paese?”. “Come? – diceva lui – Io ho una responsabilità tanto grande: ho da rendere conto di tutto il gregge che mi ha affidato”. È morto povero povero, perché dava via tutto. (V. I.)  Quando sono andata in convento mi ha detto: “Sono tanto contento perché vai in mezzo ai malati e con i malati puoi fare tanto bene”. Don Andreoli amava molto i malati, andava a trovarli spesso, anche tutti i giorni se poteva. Parlava, li consolava e qualche volta li aiutava con qualche franco. A dir la verità mi ha detto anche: “Non so se te sì bona de star in convento, te sì tanto mata!” e rideva. Ero veramente un po’ vivace, avevo vent’anni. Qualche volta domandava alla mamma: “Perché i tuoi bambini non vengono in chiesa?”. “Arciprete – diceva la mamma – non hanno niente da mettersi intorno”. “Toh, prendi – diceva lui – compra le scarpe” e dava qualche franco. Tanto era esigente e altrettanto era generoso. Forse adesso non si comporterebbe così severamente, ma la gente gli voleva bene. Capiva che faceva così perché era un santo prete e faceva di tutto perché fossero buoni cristiani. Sapevano che viveva poveramente e che i poveri potevano trovar sempre un aiuto da lui. Non faceva differenze per chi era considerato ‘poco de bon’. Aiutava tutti. A volte magari avrà fatto anche lui qualche sbaglio. Era severo, ma lui non allontanava mai nessuno. (M. S.L.)  Quando è nato mio fratello Romolo, siccome i miei genitori avevano ritardato qualche giorno a battezzarlo, don Andreoli ha fermato mio nonno e ha detto: “Cosa aspettano a battezzare il bambino? Se aspettano ancora lo battezziamo nò!”. Lui era molto preciso. Allora mio nonno l’ha riferito a mio papà e due giorni dopo l’hanno battezzato. Quando andavamo a scuola, se non si stava attenti e si disturbava, era sberle o tirate d’orecchie. Alla domenica si metteva vicino alla chiesa e ‘mandava dentro’ i bambini che ritardavano. Andava anche nelle osterie per mandare al catechismo i ragazzi. Non c’erano tanti discorsi, lui era fatto così, voleva che tutti frequentassero Messa e funzioni. A Casalbergo, prima della guerra, i padroni volevano fare un contratto ‘dei terzagnini’. Don Andreoli era contrario perché era un contratto da fame. Ha chiamato i braccianti e ha detto di non firmare. Allora sono venuti i gerarchi fascisti da Isola e volevano portarlo via. Ma lui ha detto che prima voleva suonare le campane e dire al paese perché lo portavano via. Allora gli altri se ne sono andati senza fare niente. Ricordo che a uno in grande necessità ha prestato cinque franchi. Allora erano tanti. Dopo qualche tempo voleva restituirli ma l’arciprete gli ha detto: “Cosa vuoi restituirmi che ne hai meno di me? Va là, compra da mangiare e da vestire per la tua famiglia”. (M. A.)  11 giugno ’89 – In ricordo del 40° anniv. della morte. Prima della Commemorazione del compianto don Giuseppe Andreoli che verrà fatta tra poco nella chiesa parrocchiale di Tarmassia da Mons. Angelo Boscarini, sia permesso ricordarlo qui, davanti alla sua tomba, a nome di quanti lo hanno conosciuto ed apprezzato. Nato a Malcesine il 2 febbraio 1874, ordinato sacerdote il 13 agosto del 1899, fu cooperatore a Monteforte, Porto di Legnago, Sommacampagna. Fu parroco di Tarmassia dal 1907 al 1949 per ben 42 anni, fino alla sua morte, avvenuta il 19 giugno di 40 anni fa. Vogliamo esprimere il nostro ringraziamento a don Andreoli per quanto ha fatto per il paese di Tarmassia. In un tempo, che molti di noi ricordano, di accentuata povertà egli è stato di aiuto per molte famiglie e persone che erano nel bisogno. Di carattere piuttosto austero, è stato anche il consigliere, l’aiuto morale per quanti ricorrevano a lui nei problemi e difficoltà che la vita riserva. Ha avuto a cuore l’educazione dei bambini e, aiutato da tutta la comunità, ma mettendoci molto di suo, ha eretto a Tarmassia una ‘Scuola Materna’ che poi donava al Comune di Isola della Scala vincolando la donazione ad alcune condizioni che la comunità si augura vengano rispettate per senso di correttezza e di giustizia. Specialmente nei periodi bellici, è stato vicino alla ‘sua’ gente con l’affetto di un Padre. Per questi motivi è stata anche intitolata a lui una via del nostro paese; per questo siamo qui anche oggi – a 40 anni dalla sua morte – per far memoria di lui che sentiamo ancora vivo nel bene che ha operato per la nostra comunità e per offrire simbolicamente, con questi fiori, il senso della nostra profonda riconoscenza. Un grazie di cuore a tutte le persone che con le loro testimonianze, ci hanno aiutato a tenere viva in noi il ricordo di chi, come Pastore, ha condiviso con la nostra comunità la maggior parte della sua vita.
a cura della Redazione un ringraziamento a don Roberto Turella


Vedi anche:
 (Storia -> Parrocchiale di S.Giorgio) "S.Giorgio di Tarmassia"
 (Archivio -> Racconti, leggende) "Pajalonga e i popoveri"
 (Storia -> Toponomastica) "84. DON GIUSEPPE ANDREOLI"
 (Notizie -> Articolo di testa) "Don Andreoli ricordato a Tarmassia"

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