Isola della Scala . Sono arrabbiati e chiedono chiarezza. Una decina di allevatori di tacchini della zona di Isola, Tarmassia, Erbè, dopo un fermo di sei mesi dovuto all'influenza aviaria, erano convinti di riprendere a lavorare con aprile, ma così non è stato. «Per noi il fermo dura ancora», dicono preoccupati. «I problemi legati all'influenza dei tacchini», spiega il portavoce Gianfranco Patuzzi, assessore all'agricoltura nel Comune di Erbè e allevatore da più di trent'anni, «sono cominciati nel 1999: da allora si è lavorato a singhiozzo fino al 2003, e dal giugno 2003 siamo fermi, perchè sono passati quattro mesi prima che si decidesse il fermo obbligatorio, partito nell'ottobre scorso e relativo a 500 mila metri quadrati di allevamenti (ogni metro quadrato è occupato da 3,2 tacchini) tra le province di Verona, Vicenza e Padova, pari a un terzo di quelli attivi. «Quel fermo è terminato e ne è appena cominciato un altro per 150 mila metri quadrati nella sola provincia di Verona. Ma noi siamo ancora esclusi». Gli allevatori si domandano perchè il fermo sia stato prolungato, visto che non c'è stato nessun caso di aviaria, e con che criterio siano stati scelti gli allevamenti attivi. «Non abbiamo avuto alcuna comunicazione ufficiale», dicono, «abbiamo visto la lista in internet, noi non ci siamo ma ci sono tutti, o quasi, quelli che hanno lavorato anche durante il fermo precedente. Ci aspettavamo una rotazione e consideriamo la nostra zona discriminata; nei comuni confinanti di Buttapietra, Sorgà e Vigasio si lavora, mentre a Erbè su 13 allevamenti, nove sono fermi». Si dicono anche delusi perchè le associazioni di categoria non li hanno sostenuti come si aspettavano, e perchè è stato pagato loro solo il 50% dell'indennizzo previsto, pari a 0,046 centesimi al metro quadrato per ogni giorno del periodo di fermo (per il 1999 è stato rimborsato il 30%). Confessano di essere seriamente preoccupati per la situazione: sono per lo più persone di mezza età, spesso eredi di allevatori, che hanno investito quello che avevano negli allevamenti, loro unica fonte di reddito. «Noi ci domandiamo», aggiunge Patuzzi, «se scaduti questi sei mesi la situazione migliorerà, o se invece le aziende non avranno preso nel frattempo altri allevatori». Hanno anche preso in considerazione la triste prospettiva di dover «rottamare» i capannoni, che sono appena stati adeguati e messi a norma dal punto di vista igienico-sanitario dopo l'epidemia, pena il mancato «accasamento» (ovvero il riavvio del ciclo produttivo, con l’inserimento dei pulcini nell'allevamento); ma se questo è il futuro che li aspetta, vorrebbero saperlo. Per ora riterrebbero giusto lavorare, magari meno ma tutti. Ai loro interrogativi risponde Giovanni Vincenzi, responsabile del servizio sanità animale e di igiene delle produzioni zootecniche della Regione. «La nostra prima preoccupazione», spiega, «è quella di non far tornare l'epidemia, perchè l'aviaria è una patologia virale molto pericolosa e il tacchino un animale molto sensibile. Da ottobre non ci sono più focolai, ma il rischio è sempre alto nel territorio molto popolato, e il fermo in vigore riguarda solo la provincia di Verona, zona più a rischio. «Il criterio seguito dal programma computerizzato nella scelta degli allevamenti esclusi dal fermo tiene conto della densità degli allevamenti (nel comune di Isola ne risultano una trentina), della loro vicinanza e del numero di focolai». «Per quanto riguarda gli indennizzi», continua, «il 50% di quelli previsti per il primo fermo, già pagato, è stato anticipato dalla Regione, il saldo è sottoposto all'approvazione da parte dell'Unione europea. I soldi ci sono, è solo questione di tempo; e per il secondo fermo la procedura dei rimborsi sarà più veloce. Noi siamo sempre disponibili a dare agli allevatori tutte le informazioni che chiederanno». Mariella Falduto
fonte: www.larena.it
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