La fratta («frata») è un luogo scosceso e impervio ricoperto da una macchia intricata di arbusti, piante rampicanti e sterpi; al piede della scarpata solitamente scorre un fossato ampio denominato a seconda dei casi veggia, vegghia o vegiarolo. La fratta costituiva sin dai tempi antichi un primitivo sistema difensivo. L’antico centro di Cà del Bosco ne era dotato, come lascia intendere la toponomastica cinquecentesca e i disegni della stessa epoca («Vegiarolo de la frata»). Tracce consistenti della fratta di Cà del Bosco sono ancora visibili sulla linea di confine sud-est del dosso di Campolongo, lungo la sponda destra del paleoalveo del Menago, delimitante ora le cosiddette “Valli di Tarmassia”. Si tratta di una formazione naturale costituita da una scarpata molto ripida alta circa un metro e mezzo e ricoperta da vegetazione spontanea (sambuchi, “spinari”, tamari, edere, ecc). Alla base, uno scolo d’acqua non molto profondo, ma abbastanza largo (“Dugal del Novarin”) che, probabilmente, in passato non era regimentato e dava luogo a specchi d’acqua palustri. C’è da ritenere che la fratta di Cà del Bosco fosse un’opera di natura spontanea che sfruttava le depressioni vallive del paleoalveo del “Menacus Vetus” a levante e le vallecole del Tormine a ponente. Le due barriere difensive erano interrotte da altrettante porte: la "porta de foris" e la "porta de intus" probabilmente collocate sull'intersezione degli attuali Menaghetto ("Dugal de san Zorzi") e Dugal del Tormine. La fratta proteggeva la Villa dagli animali selvatici che popolavano i vicinissimi boschi della Carpania (da non dimenticare l’appellativo di “Cà del Bosco”).
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