Un disegno di Panfilo Piazzola del 1570 mostra la corte di Santo Venier disposta sulle falde del dosso di Campolongo e prospiciente la valle del Menago. Essa era allora costituita da quattro edifici separati, due in muratura e due con tetto di paglia; quello piu’ grande era dotato di torre colombara.
Poi la tenuta passo’ ai
Nogarola di S. Pietro Incariano e nel 1653 essa era intestata ad Alessandro
Nogarola, figlio di Giulio, che possedeva 1433 campi distribuiti in varie localita’ del territorio veronese ma concentrati maggiormente a Castel d’Azzano dove aveva una tenuta di c. 400 e una casa padronale. Le entrate complessive di Alessandro ammontavano a d. 4253. Tra i suoi beni vi era anche il fondo di Campolongo costituito da 80 campi dei quali 50 erano coltivati a risaia. Alla morte di Alessandro i beni vennero ereditati dai due nipoti Alessandro e Bailardino. Nel 1696 Bailardino, figlio di Alvise e residente nella contrada di San Michele alla Porta, tra gli altri beni possedeva tra Bovolone e Tarmassia “una possessione detta Campolongo di c. 80 tutti sabbiosi, magri, arativi con morari e poche vigne” e “una possessione parte a risara e parte arativa con pochi morari, una pilla da risi, una giurisdizione di acqua, un molino con due ruote”, che rendevano d. 860. Nel 1709 la corte, il fondo e le risaie appartenevano ancora ai Conti
Nogarola come é documentato da un disegno di Antonio Gornizai. In esso la corte appare costituita da un corpo principale, molto sviluppato orizzontalmente e rivolto a mezzogiorno e da altri tre edifici minori. Il 13 novembre 1713 Bailardino vendette la tenuta di Campolongo al patrizio veneto Alvise
Mocenigo IV, figlio di Alvise I e residente nella contrada veneziana S. Samuele, che in quegli anni si era insediato a Bovolone acquistando c. 530 dalla Santa Casa di Pieta’ di Verona. Nel 1740 Alvise dichiarava di possedere “nelle pertinenze di Campolongo e Tarmassia una possessione di c. 92 e una risara de c. 157 con pila, casa, tezze e chiesa con giurisdizione d’acqua posta in Campolongo et alla Cula’, la qual si lavora in casa. si ricava Riso Bianco sacchi 117”. Alla fine del secolo il conte Giovanni Battista Salvi, figlio di Alessandro, acquisto’ il fondo che nel 1813 era formato da una casa da massaro, dall’oratorio privato dedicato a S.
Agata, da due pile da riso e da 355 campi. Dopo la morte di Giovanni Battista la proprieta’ passo’ alle sorelle Eugenia e Angela Salvi (1849), che si erano unite in matrimonio con i fratelli Luigi e Giuseppe Savioli. Nel 1873 il fondo di 309 campi passo’ nel patrimonio dei Savioli. Oggi la corte, nonostante gli interventi sette-ottocenteschi, conserva la morfologia a sviluppo prevalentemente orizzontale che aveva assunto sul finire del seicento. Il lungo fabbricato, delimitato alle estremita’ dall’oratorio di S.
Agata e dalla Pila da riso, contiene sia la componente abitativa che una barchessa ad archi. Straordinario il cosiddetto "selese" (aia) in tessere di cotto, ancora ben conservato, che crea un'enorme piazza davanti alla cortina dei fabbricati. Colpisce il grande silenzio che regna ora su questo vasto spazio abbandonato, una volta teatro delle chiassose attività agricole che vi si svolgevano.