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di F.G. - 17:55 (09/01/2017)
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muro wipiyior
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Stiamo cercando foto della sagra di Tarmassia (anni '60-'70-'80-'90) per una mostra a settembre. Saremo grati a chi ce le inviasse a: info@tarmassia.it. Grazie!
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Storia del tempietto votivo

1997 lug 31 - Capitello della Madonna delle Lacrime

Andrea Perbellini

1997 lug 31 - Capitello della Madonna delle Lacrime

Il pezzo è stato stralciato da una interessante e ben fatta tesina composta nel 1997 da Andrea Perbellini, residente presso la corte vicina al capitello. Della tesina è stata omessa la prima parte (circa una pagina e mezza). Il testo originale si compone in tutto di otto fogli formato A4, compresa la copertina e un paio di disegni al tratto, fatti a mano.


IL CAPITELLO DI VIA MALPASSO
Bovolone, 31 luglio 1997

Dedicato a nonna Irma
(omissis)

Le mie indagini (nota 2) hanno trovato traccia e descrizione dei primi capitelli nel 1128 quando Domenico Michiel, doge di Venezia, decise, per motivi di pubblica utilità, di illuminare i punti più oscuri della città utilizzando lampade ad olio. Questa soluzione rese le strade più sicure da rapine e da altre malefatte. Col trascorrere del tempo, affinchè la luce non splendesse a vuoto, le luminarie vennero integrate da una immagine sacra. A quel tempo il timore verso Dio era forte e la gente per devozione, per rispetto o per paura subiva l’influenza dei capitelli. Nella nuova veste, le edicole passarono dalla mano pubblica a quelle dei capi religiosi responsabili della loro manutenzione. Furono previste anche pene molto rigorose per chi realizzava i capitelli senza permesso, li rimuoveva o li profanava. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, avvenuta nel 1866, le sacre edicole furono prese di mira da gruppi anticlericali che ne determinarono uno stato di abbandono quasi totale; questo scempio finì con la ribellione della gente, della stampa cattolica e con l’attivazione delle Pie Associazioni che si occuparono del restauro dei capitelli.
Il capitello di via Malpasso non nasce come illuminazione pubblica, pur trovandosi all’incorocio fra Strada Marangola (ora via Novarina) e Strada Permala (ora via Malpasso ). È una mia supposizione non provata da nessun documento, ma quasi certa per il fatto che la struttura dell’edificio è costituita da mattoni pieni (i cosiddetti "quarei") quando invece dovrebbero trovarsi altri materiali e tenendo conto che la tradizione orale non conferma tale tesi. La “gente del posto” coltiva la terra e il lavoro agricolo, già duro e pesante di per sè, era reso ancora più gravooso ed insoddisfacente dalle persistenti grandinate che rovinavano i raccolti inesorabilemnte; la popolazione era spesso delusa e, per questo motivo, decise di erigere l’edificio sacro dedicato alla Madonna delle Lacrime. Sarà il caso (io penso che sia una radicata devozione), ma da quel giorno non si ebbero più grandinate di notevole rilievo. Il problema più arduo da risolvere è stato quello di risalire alla data di costruzione del capitello. La difficoltà è dovuta al fatto che non esistono esaurienti carte geografiche della zona in questione; per lo più, infatti, le mappe riguardano i centri abitati, i corsi d’acqua e le risaie; il luogo in cui si trova l’edicola è, al contrario, caratterizzato da dossi sabbiosi e sprovvisto di flussi idrici, terreno inadatto alla coltivazione del riso. Nonostante tutto, dai pochi documenti che ho potuto consultare, si rileva come il capitello esistesse già dal 1806. Interessante sarebbe sapere se sia di più antica data poiché tutto quello che si sa con certezza di questa costruzione lambisce la fine del diciannovesimo secolo.
Attualmente esso ha un'altezza di metri 3,40, una larghezza di metri 2,30 e una profondità di metri 2,62; quarant’anni fa presentava delle misure leggermente differenti perché esistevano alcuni elementi di decoro che ora non sono più visibili; ai lati della facciata ci sono due colonne internate di stile dorico, sopra di esse esiste una cornice, solo frontale, che non prosegue sui lati; sul lato destro della facciata c’è una fessura utilizzata per l’elemosina, è sempre stata abitudine dei devoti lasciare qualche obolo che si utilizzava per acquistare i “lumini” (cioè candele che si accendeano ogni sera a cura di una famiglia incaricata alla conduzione dell’edicola). Ancora oggi, non di rado, viene lasciata qualche offerta. Il portoncino del capitello è costruito in ferro e presenta un disegno molto elaborato, ma di gradevole aspetto. Tutte le congiunture sono state eseguite senza nessuna saldatura utilizzando chiodi e maglie metalliche. La porta presenta uno sviluppo ad arco a tutto sesto e un basamento di marmo bianco, ormai corroso dal tempo. Sulle pareti esterne degli altri tre lati non ci sono elementi di particolare interesse; una curiosità: sul lato sinistro si trova ancora infissa nel muro una pietra che riporta l’antico nome della via "Strada Marangola". Il tetto piatto, recentemetne restaurato, è in cemento armato. Molto interessante è il cosiddetto “abitacolo“ del capitello, cioè il luogo in cui si trova un altare, un'immagine sacra oppure una statua; all’interno del capitello preso in considerazione, esiste un altare il cui piano è di pietra marmorea e sopra di esso è collocata una cornice traversa in muratura che va oltre la larghezza dell'altare fino a congiungersi con i muri maestri; sull’altare è affissa un’immagine sacra dedicata alla Madonna delle Lacrime; si tratta di una stampa di poco valore economico, ma di valore inestimabile per la gente del posto. Appassionante è l’espressione della Madonna piangente avvolta da uno splendente mantello blu. È un pianto consolatorio che ispira fiducia e speranza per il futuro, l’immagine è il fulcro di tutto il capitello.
Nel 1947 circa, don Luigi Cavaliere, arciprete di Tarmassia, pensò bene di far sostituire la vecchia e logorata stampa con un’altra di nuova produzione, sempre raffigurante la Madonna delle Lacrime.
Dal 1900 ad oggi, il capitello è stato oggetto di diversi rifacimenti, alcuni dei quali di notevole spessore; il primo restauto è stato effettuato negli anni ’40 circa, ci si è limitati ad intonacare i muri perché erano ormai ridotti a condizioni pietose. Il secondo restauro è stato fatto a pochi anni di distanza dal primo; in questa circostanza il tetto è stato ricostruito per intero, esso era spiovente composto da travetti, da “arele” (cioè fusti di canna palustre) e, sopra di queste, dai cosiddetti “copi”, ossia delle tegole. Alla sommità del tetto c’era una croce in ferro che è andata dispersa. In questa occasione l’abitacolo è stato arricchito, per mano di un pittore isolano, da tre affreschi, uno superiore e due ai lati; gli affreschi laterali, uno dei quali rappresentava un cuore trafitto da una corona di spine, sono stati rovinati dall’umidità e dalle infiltrazioni e attualmente non più visibili. L’affresco superiore si è salvato. Esso raffigura un fiore racchiuso da più cerchi concentrici contornato da una corona di foglie. Vicino al centro del disegno si trova il gancio utilizzato nel passato per appendere la lucerna. Esternamente è stato aggiunto un piedistallo alla base del capitello e due colonne internate che rendono l’estetica classiccheggiante. Con il terzo restauro viene modificato il tetto il quale, originariamente spiovente e con le “arele”, ora è piano e di cemento armato. Questo provvedimento è stato necessario per evitare ulteriori infiltrazioni e danni alla struttura. A memoria, si ricorda che tutte le migliorie sono state eseguite da certo Gino Signoretto, abitante a Tarmassia, considerato come uno dei più bravi muratori della zona. Egli ha contribuito molto all’abbellimento dell’edificio facendo dono di tre formelle particolari costruite utilizzando una base di cemento con incastonata la figura della Madonna o del Cristo e attorniate dai più bei sassi che Signoretto raccoglieva per collezione personale. Queste formelle sono elemento unico con il capitello dal 1990, anno del quarto restauro: due di esse si trovano ai lati e la terza si trova sulla facciata dell’altare. Durante quest’ultimo intervento sono stati intonacati e ritinteggiati i muri.
I capitelli, come umili sentinelle, ovunque si propongono come il richiamo della nostra coscienza interiore, e così la Vergine ed i Santi attendono un inchino, un fiore, un bacio. Qualcuno dice che il Veneto, L’Italia, l’Europa senza i “capitei” sono come i giardini senza i fiori (nota 3); io vorrei aggiungere che per iniziare una buona giornata bastererbbe fermarsi davanti ad un capitello e fare il segno della croce, oppure dire un’Ave Maria, anche nel rispetto del vecchio proverbio: “Preti, dotori e capitei, caveve el capel e rispetei!”.

(2) Vedi introduzione di Pietro Fabbian al libro “I “capiteli” di Venezia”, 1987-88, pag. 18;
(3) Padre Fiorenzo S.Cuman da Marostica. O.F.M. Cap.

Bibliografia

Atto di compravendita tra Perbellini Tranquillo fu Pietro e Dotto. Cav. Giuseppe Cazzaroli fu Gio.Batta.
Carta geografica del 1806 affissa presso la Biblioteca Civica di Bovolone.
Lino Turrini , Storia delle genti di Bovolone, Bovolone 1985.
Vita Veronese, secondo semestre 1980.
Vita Veronese, secondo semestre 1981.
Grande dizionario enciclopedico Utet, 1987.
Grande Dizionario della Lingua Italiana, 1992.
Notiziario della Banca Popolare di Verona, luglio-settembre 1990.
Fiorenzo S.Cùman e Pietro Fabbiàn, I ”capiteli” di Venezia, Edizione Helvetia, anno mariano 1987-88.
Remo Scola Gagliardi, Le corti rurali tra Menago e Tregnon dal XV al IX secolo, 1992.

Un grazie particolare va rivolta a nonna Vicentini Irma che, con le sue numerose testimonianze, ha reso possibilie la realizzazione di questa breve tesina. Non vanno però dimenticati: Gianna Perbellini, per la collaborazione artistica; Augusto Perbellini, per la correzione complessiva dell’elaborato; Elena Poltronieri, per il contributo tecnico informatico. 


Fonte: IL CAPITELLO DI VIA MALPASSO,  Andrea Perbellini, Bovolone 1997.
Un ringraziamento a don Roberto Turella.


Vedi anche:
 (Storia -> Edicole sacre e capitelli) "Il capitello della Madonna delle Lacrime"

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