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muro Foto Tarmassia Calcio 1999-2000
di F.G. - 17:55 (09/01/2017)
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muro wipiyior
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muro SOS foto sagra
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Il medioevo isolano: famiglie aristocratiche, enti ecclesiastici, comune rurale, signoria scaligera

La villa de Talamasia e la famiglia Visconti

Bruno Chiappa

La villa de Talamasia e la famiglia Visconti

Tarmassia, all’epoca Talamasia, figura già nell’elenco dei paesi  o meglio ville, soggette al comune di Verona del 1184.

Forse già allora vi aveva beni una fra le primarie famiglie di Verona, quella dei Visconti, che dovevano il nome all’aver esercitato l’ufficio vicecomitale.

La loro presenza è comunque ampiamente attestata nella prima metà del Duecento, epoca in cui esercitavano anche la signoria su Fagnano, loro concessa dal Capitolo dei canonici della cattedrale. Il primo documento disponibile per quanto attiene Tarmassia è del 1222 e fa riferimento ad un accordo intervenuto fra vari membri della stirpe Zavarise, Boninsegna, Zeboesio, Bartolomeo, da una parte, e Pietro e Guglielmo dall’altra, allo scopo di bonificare una palude di loro proprietà e costruire entro tre anni uno o più mulini. Non sappiamo in cosa siano consistiti i lavori, ma di certo contribuirono a migliorare le condizioni dell’ambiente in cui era sorta la villa, al margine di un paleoalveo del Menago, ben documentato dall'odierna aereofotogrammetria.

I contrasti politici fra le fazioni in cui era divisa Verona in quei tempi videro i Visconti su fronti avversi e pertanto quando nel 1245 Ezzelino III da Romano e Guiberto da Vivario, podestà di Verona, procedettero alla divisione dei beni dei nemici assegnarono a Celestino Visconti ed al fratello i beni del parente Zavarise in Tarmassia. Si trattava di una ottantina di appezzamenti, mediamente dell’estensione di 13 campi, lavorati da coloni, parte di un mulino sul Menago di Tarmassia, e alcuni casamenti con casa di paglia, posti all’interno della villa, la quale si trovava però nei pressi del suddetto corso d’acqua e non nella posizione attuale. Come si ricava dall’atto di assegnazione e da numerosi altri documenti essa era dotata dei comuni elementi di difesa: la fossa circostante (fossatum ville), gli ingressi controllabili (è menzionata una porta de foris, una via de intus ed una via de foris), la siepe perimetrale (frata) di cui resta ancora traccia nella toponomastica cinquecentesca.

All’interno sorgeva la chiesa intitolata a san Giorgio che viene ricordata spesso per i diritti di cui godeva su alcune terre e in un caso per un suo chierico.

La collocazione dei singoli appezzamenti fa riferimento ad una vasta area che dai margini dell’attuale Villafontana arrivava alla località Palmala (oggi Parmala, sotto Salizzole) ed al Cerino (oggi Ceren di Casalbergo). Al suo interno le terre a coltura, arative e in piccola parte prative, si alternavano ai boschi, alle zone vallive ed acquitrinose e ai dossi. Lo si ricava da indicazioni specifiche, ma anche da toponimi come: in carpeneda, ad cerredellum, ad cornaleu, allusivi alla presenza di essenze quali il carpino, l’acero, il corniolo; ad vallem spini, ad vallem Anne, ad vallem tremulam, in valle torara, ad vallesellas, dall’evidente significato; ad dossum, ad casteionum, ad tombam, che rimandano alla presenza di microrilievi e nel complesso ad una morfologia mossa e diversificata. Per quanto riguarda le terre boschive, va ricordato che la cartografia storica registra il bosco della Carpanea fino alla seconda metà dell’Ottocento. L’intervento dell’uomo, inteso a recuperare tali terre, trova comunque testimonianza nel toponimo runcus, vale a dire luogo dissodato.

Fra i proprietari confinanti, oltre a vari rappresentanti della stirpe dei Visconti (Guglielmo, Butalupo, Olderico, ecc.), troviamo un Marchesio Marchesi da Tarmassia, i preti di Salizzole, il dominus Caçeta altrove qualificato come fornasarius, i Nogarole, e , assai frequentemente, una domina Anna, da individuare forse, come la vedova di un Visconti.

Nel patrimonio di Celestino Visconti, che in Tarmassia aveva una propria corte, come l’avevano altri rappresentanti della famiglia, vi erano anche beni cui rinunciò nel 1249 per restituire la dote alla moglie Adelasia, e dai fratelli di costei, Radusio e Butalupo, figli di Bartolomeo Visconti. In tutto restituì 32 pezze di terra, l’ottava parte di un mulino e un casamento, di lì a qualche anno ottenne l’annullamento del matrimonio per motivi di consanguineità.

Forse a questa vicenda è connesso anche in un inventario, senza data, relativo a 25 appezzamenti e agli oggetti di casa che Celestino aveva «in pertinentia et curia Talamasia».

Acquisti di Celestino sono documentati anche fra il 1250-52, nella già ricordata località Ronchi e altrove.

Nel 1256 egli dettava testamento destinando i suoi beni alla madre Gisla ed in subordine al nipote Pietro. Qualora questi fosse morto, come in effetti avvenne, l'eredità doveva andare ai poveri di Cristo, rappresentati, nello specifico, dal monastero di S.Michele in Campagna, cui erano stati destinati anche i beni del fratello Bartolomeo.

Un documento con cui Matura, sorella di Gisla e badessa del monastero, dava in locazione perpetua, per il canone annuo di 7 moggi di frumento zosanus (della Bassa) a Bartolomeo fu Aldrigeto Visconti il patrimonio lasciato da Celestino, elenca 87 pezze di terra in Tarmassia e non poche altre in Fagnano. In sostanza l’intera vicenda si risolveva con il passaggio dei beni da un ramo ad un altro dei Visconti.

È importante notare anche che all’epoca Tarmassia si configura come comune rurale con propri beni («iura comunis Talamasie») e con limiti territoriali che arrivavano fino agli attuali confini con Bovolone comprendendo le località di Campolongo e Culà. L’andamento degli odierni confini comunali di Isola che ad occidente si insinuano nel territorio di Bovolone fino a lambire per alcuni chilometri il corso del Menago trova spiegazione in questa antica realtà: erano i confini del Comune di Tarmassia.


di Bruno Chiappa
"Isola della Scala - Territorio e società rurale nella media pianura veronese", Comune di Isola della Scala, 2002, pagg. 50-51


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