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di F.G. - 17:55 (09/01/2017)
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Breve descrizione storico- artistica del dipinto

1601 - Pala della Visitazione

Tarmassia online

1601 - Pala della Visitazione

PALA DELLA VISITAZIONE

 (Paolo Farinati, 1601 - olio su tela, dim. 420x285 cm)

Altare della Venerabile Compagnia della Beata Vergine Maria

 

La pala d’altare fu commissionata nell’ottobre del 1600 dal parroco don Antonio Comello e da Giovanni Zonta, massaro della Compagnia della Madonna, al pittore veronese Paolo Farinati. Nel suo Giornale, pubblicato da O.Puppi, il pittore scrive: «M. Zuane Zonta masar di la Compagnia di la Madona di Tarmasia, mi à dà ongari doi, per prender in sterlizo (sic) e broche: fano, li sopra scritti L. 15, s --- ».

La Visitazione della Beata Vergine Maria è una festa liturgica istituita il 10 luglio 1441 da papa Urbano IV e che si celebra il 31 maggio. Essa ricorda la visita che Maria Vergine fece a sua cugina Elisabetta subito dopo avere ricevuto l'annuncio (Annunciazione) che sarebbe diventata Madre di Gesù per opera dello Spirito Santo.

Sopra una gradinata, Maria ed Elisabetta si abbracciano con gesto eguale ed affettuoso. Alla loro destra, da uno sfondo di piante di alloro, emerge la figura di un santo anziano (San Giuseppe, con la squadra da falegname); in basso a sinistra, su sfondo di colonne, un personaggio in atteggiamento di supplica con mantello in ermellino moscato e copricapo (secondo G.Baldissin Molli, un magistrato veneziano, forse uno dei committenti). Su tutta la scena domina il Padreterno, fra nubi e cherubini.

La pala, una delle ultime di Paolo, artisticamente non molto valutata, ripropone alcuni momenti di felice grafia decorativa come la figura dell'angelo, fasciato nell'abbondante veste rosa che incorona d’alloro e di gloria Maria. La composizione assume un rigido andamento triangolare, bloccando i personaggi in gesti di repertorio ai lati e sulla sommità della scalinata, appositamente predisposta in primo piano per inserirvi una «fenestella» destinata ad accogliere un’immagine lignea della Madonna andata dispersa e di cui rimane traccia in una vasta lacuna «a pede iconae». E’ questa una traccia della continuità del culto mariano esercitato presso la vecchia chiesa di S.Giorgio a Cà del Bosco.

L’iscrizione in basso a destra, sulla seconda alzata della scalinata, riporta la data (palindromo) e il nome dell’artista, ma è stata in gran parte occultata per ragioni al momento oscure; oltre al Comello e allo Zonta si legge il nome di un certo «Stephanus».

Risulta evidente l’intervento del figlio di Paolo, Orazio, che deve essere intervenuto perlomeno nella figura della Madonna. I personaggi e la loro composizione, rivelano un’affinità con la pala di analogo soggetto che Orazio realizzò nel 1607 per l’oratorio della Disciplina a Villafranca.

Sotto il piede del supplicante a sinistra è visibile la chiocciola, marchio della bottega Farinati.

L’altare dapprima ligneo (anno 1713) e poi marmoreo (ante 1762), fu demolito negli anni ’50 del secolo scorso.

La pala della Visitazione era circondata dai Quindici misteri del Rosario realizzati forse nel 1622, presenti nel 1837, e ora andati dispersi.


Dalla targa realizzata in occasione della Festa della Madonna Addolorata, settembre 2007.

Fonti: Archivio e ricerche di Tarmassia online; Schedatura della Sovrintendenza ai beni artistici di Verona a cura del prof. Bruno Chiappa 1982, saggio di Baldassin Molli sul culto di S.Giacinto in Vita Veronese 19...



Aggiunta del 13/01/2009.

Nella vicina chiesa di S.Francesco alla Gabbia, vi è una copia minore di una Adorazione dei Pastori di Paolo Farinati (l'originale, di dimensioni ben maggiori è nel santuario della Madonna di Campagna in S.Michele Extra - VR) ove il volto di S.Giuseppe è simile al nostro. La posizione innaturale del volto di S.Giuseppe nel dipinto di Tarmassia è dovuto probabilmente proprio all'uso di un'immagine di repertorio della bottega.


Aggiunta del 20/01/2011

La figura in basso a sinistra va identificata, senza particolari difficoltà, con Zaccaria, marito di Elisabetta. E' la quarta figura che completa il racconto evangelico, presente anche nel quadro analogo di Villafranca. Egli è stato dipinto con abiti di prestigio (la dalmatica blu in testa e un mantellino d'ermellino, abiti tipici della magistratura veneziana) perchè era un sacerdote del tempio. Il pittore ha inteso raffigurare la sua appartenenza all'ordine sacerdotale, non con abiti ebraici d'epoca (forse sconosciuti), ma con un abbigliamento "moderno". 
La faccia di Zaccaria ha un'analogia con un dipinto (frammento) conservato al Museo Canonicale di Verona.


Il cartiglio posto sulla gradinata in basso a destra, ora visibile in parte, fu probabilmente occultato per censura.  La Controriforma seguita al Concilio di Trento vietava, infatti, che sulle opere si potessero rappresentare personaggi profani. Nella scritta (per quello che si è potuto leggere ai raggi infrarossi) sono citati i committenti dell'opera.

La FENESTELLA.
La grande lacuna al centro del dipinto era occupata da una cosiddetta fenestella. Le fenestelle erano nicchie votive già presenti sulle porte romane. Nella nostra era ospitata un'immagine della Vergine Maria a cui era devota la popolazione di Tarmassia. La piccola finestra era chiusa da una tendina che, nelle occasioni, veniva abbassata (sì, proprio così, il meccanismo faceva scendere il drappo) per mostrare l'immagine venerata. Non è escluso che questo dipinto provenisse dalla vecchia chiesa di Tarmassia, chiamata di S.Maria in alcuni documenti, e dove senza'ltro vi era un altare dedicato alla Madre di Dio.
La fenestella è ora conservata nel deposito della chiesa, in pessimo stato di conservazione. Il suo ricollocamento al centro del dipinto è auspicabile per conferire significato alla costruzione compositiva del dipinto che vi ruota attorno.
La fenestella rappresenta l'unico legame, oltre all'intitolazione di S.Giorgio, con la vecchia chiesa. Della fenestella si ha notizia nella prima visita pastorale del vescovo Sebastiano Pisani l'11 novembre 1654:

a pede iconae adest fenestella in qua dum aperitur inspicitur imago beatae Mariae virginis, in veratione populi.

Ai piedi della pala c’è una fenestella nella quale, quando si apre, si vede un’immagine della beata vergine Maria, venerata dal popolo.


Aggiunte del 26/01/2012

Riguardo la scritta nascosta.
Secondo una nostra ipotesi, più convincente, la cancellazione o, meglio, l'occultamento, della misteriosa scritta ai piedi del dipinto sarebbe da ascrivere al tentativo di sfuggire alla requisizione del bene da parte della delegazione della Camera Fiscale di Verona. I Decreti del 18 e 25 aprile 1806, promulgati dal nuovo regime napoleonico, infatti, avevano portato alla sopressione delle confraternite laicali e la conseguente confisca di tutti i loro beni. Così come circostanze simili avvenute in parrocchie vicine (ricordiamo Cà degli Oppi), la requisizione delle opere d'arte venne scongiurata affermandone l'appartenenza alla chiesa e non alla compagnia stessa. I registri della Compagnia della Madonna di Tarmassia si chiudono (in perdita) l'otto maggio del 1806. E' quindi fra il 25 aprile e i primi di maggio che si provvede a nascondere la scritta che denunciava i committenti dell'opera che sappiamo precisamente essere stati l'arciprete di Tarmassia, Antonio Comello e, appunto, la Compagnia della Madonna di Tarmassia. Venendo a mancare l'indicazione esplicita contenuta nel cartiglio, il massaro della compagnia poteva senz'altro avere gioco facile nell'attribuire la proprietà della tela al rettore o alla chiesa di S.Giorgio. Il registro dei beni confiscati alla congregazione è andato disperso, ragion per cui non conosciamo l'ammontare dei beni espropriati. Il registro delle uscite ed entrate, quest'ultimo disponibile, riscontra un debito, ma possiamo immaginare che possa essere stato, come il nostro dipinto, artefatto ad hoc.
P.S.: La decifrazione della scritta non è ancora stata portata a termine, anzi, al di là di ravvisare i nomi dei committenti, mancano all'appello gran parte delle parole.

Riguardo il Farinati.
Il pittore Paolo Farinati nutriva una lunga e profonda amicizia con un nobile cresciuto a Tarmassia, l'illustrissimo Agostino Prandini di Sant'Andrea, fratello del più sciagurato bandito Giannicola. Agostino Prandini aveva ereditato dal padre una tenuta di circa 65 campi lavorati da una coppia di buoi, con casa da paron, casa del pastor e casa dei laorenti nella località la Prandina nel territorio di Salizzole, oltrechè parrocchia di Tarmassia.

Nel suo diario di bottega (il Giornale) Paolo Farinati scrivendo di Agostino riferisce "de l'amor longo che è caminato fra noi". E' quindi, forse, grazie alla conoscenza di Agostino Prandini e attraverso quali altri contatti che non sappiamo, che il prestigioso pittore veronese giunse a lavorare nella chiesa parrocchiale di Tarmassia.

Resta da verificare se le vesti di magistrato veneto indossate dal personaggio di Zaccaria nel dipinto, siano un omaggio allo stesso Agostino che, come sappiamo, era notaio presso gli uffici della giustizia civile a Verona e, dal 1597, anche membro del magnifico Consiglio del Cinquanta. Della profonda amicizia fra i due non si conoscono molti particolari, se non la commissione di un paio di lavori (un cartone per la realizzazione di un arazzo da esporre nella casa in Sant'Andrea e una Trasfigurazione da regalare alla sorella, monaca in S.Daniele, entrambi i lavori andati dispersi).



Vedi anche:
 (Archivio -> Documenti) "La pala della Visitazione di Tarmassia e Villafranca"
 (Storia -> Parrocchiale di S.Giorgio) "La fenestella e il volto scomparso della Madonna"

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