Me ricordo che Isepato el gliè fasea. Quando che ghera suto, el ‘ndasea la matina con un par de ceregheti al Tormine, ala Noarina, a Zanon, a darghe ‘na benedizion ai campi parchè pioese. La sera se ‘ndasea in ciesa a dir le rogazioni. Iera proprio dele preghiere scrite aposta. In fondo ala ciesa a ghera un bancheto e la zente la ghe metea calcosseta: uno, du, tri ovi. Dopo el prete el ‘ndasea a vendarli al marcà par tirar su calche scheo. Le rogazioni le durava tri giorni. Adeso no iè fa più nissuni anca se ghe ne sarìa de bisogno.
17.07.03 A cura di Tarmassiaonline
NOTE n.d.a. Isepato = don Ferruccio Iseppato, ex parroco di Tarmassia; Ceregheti= chierichetti;
Rogazioni A primavera inoltrata e di mattino presto era abbastanza consueto fino agli anni '60 assistere a lunghe processioni di fedeli che si snodavano da una collina all'altra salmodiando e cantando: sono le Rogazioni. Viene universalmente attribuito a queste funzioni grande potere apotropaico per la redditività dei suoli, per l'allontanamento delle tempeste e per l'abbondanza della pioggia a tempo debito (1). Vi si partecipa massicciamente, sopportando anche lunghi percorsi, perché è gradito e richiesto si passi per il maggior numero di fondi possibile. Le processioni seguono percorsi prestabiliti dalla consuetudine, lungo i quali sono disseminati stele e capitelli, in corrispondenza dei quali ci si ferma; il celebrante ad alta voce per tre volte intona l'invocazione: "A fulgore et tempestate", cui il popolo devotamente risponde: "Libera nos, Domine"; il sacerdote quindi prima con la mano alzata e poi con l'aspersorio benedice nelle quattro direzioni e poi si prosegue. Per la Rogazione Maggiore o di S. Marco (il 25 aprile), il percorso poteva corrispondere col primo di quelle minori, che veniva quindi sostituito con uno alternativo più breve, o essere lui stesso alternativo. In occasione del passaggio della processione, specialmente in Lessinia occidentale si usava far le crosete: soprattutto i ragazzi prendevano dei legnetti di nocciolo, li appuntivano da un'estremità per poterli conficcare nel suolo e dall'altra li crepavano in quattro parti; qui infilavano due rametti di olivo pasquale, in modo che risultassero a croce. Li conficcavano poi nel terreno lungo il percorso della processione, ognuno nei propri campi. Passata la Rogazione, non venivano tolti, ma lasciati fin al tempo del fen, parché no tompestesse. Quando infine venivano levati, non si buttavano, ma, come ogni cosa sacra o benedetta, venivano portati a casa per essere bruciati sul focolare (D. R., M. BE.). Per le Rogazioni Minori (2), ECC.
(1) Le Rogazioni Maggiori "sono di origine romana e si riannodano alle antichissime processioni pagane, le Ambarvalia, che si snodavano attraverso le campagne durante la primavera per impetrare dagli dei la buona riuscita delle seminagioni. L'Ambarvale più importante era quella del 25 aprile e fu trasformata in rito cristiano da Papa Liberio (325‑366)". Le Rogazioni Minori "sono attribuite a S. Mamerto, vescovo di Vienne (Francia), il quale, in seguito a parecchie calamità e ad uno spaventoso terremoto abbattutosi nel Delfinato, ordinò un solenne digiuno e una pubblica processione di tre giorni che aveva come meta alcune chiese dei sobborghi della città. A Roma l'uso fu introdotto da Leone III, al principio del sec. IX, divenendo una delle devozioni più care al popolo". Da: MESSALE ROMANO QUOTIDIANO, Edizioni Paoline, Alba, 1958, p. 570 (2) Si tengono le prime tre mattine della settimana precedente l'Ascensione che, essendo legata alla Pasqua, è una festa mobile; scadono quindi dal 28 aprile al 26 maggio.
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