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TREVENZUOLO. Pietro Mantovani, 90 anni, ha ricevuto dal governo tedesco il riconoscimento economico per il lavoro forzato svolto nel lager di Ebenzen

«Fu schiavo di Hitler, merita l’indenizzo»

Lino Fontana

«Fu schiavo di Hitler, merita l’indenizzo»


Dalla Svizzera riceverà oltre 15.300 euro; in questi giorni festeggia il 70° di matrimonioTrevenzuolo.

Un riconoscimento nel quale ormai non ci sperava più, anche perchè sono passati esattamente 60 anni da quando, Pietro Mantovani (classe 1915), diventò un moderno "liberto" grazie alle truppe americane. Ma proprio in questi giorni, quando con la moglie Bruna Vicenzoni ( classe 1919) festeggia il 70° anniversario di matrimonio (si sono sposati il 7 settembre 1935), gli è arrivato un inconsueto "regalo": il pagamento da parte del Governo tedesco per il lavoro svolto da Pietro come "schiavo di Hitler".
Gli sono state infatti accreditate due rate da euro 7.669,38 l'una, con la motivazione, ben chiara e scritta in italiano, sulla nota dell'avviso di pagamento: «Indennizzo per il lavoro forzato in condizioni di schiavitù»; firmato: "International org. for migration German forced labour compensation- Genève (Svizzera)".
Una fortuita coincidenza, questo "pagamento", che ha fatto tornare alla memoria di Pietro Mantovani cosa gli accadde, appunto 60 anni fa, quando fu liberato «dalle truppe americane alle ore 18 di domenica 6 maggio 1945», ricorda ancora lucidamente, dal campo di concentramento di Ebenzen (Austria), dove era rinchiuso come prigioniero politico.

Un formalità burocratica che ha riportato indietro le lancette dell'orologio della sua vita alle 10 del mattino del 22 novembre 1944, quando due camionette delle Brigate nere vennero a prelevarlo per portarlo prima a Tarmassia e, poi, in carcere a Verona. Pietro aveva da poco aderito al Comitato nazionale di liberazione (Cnl) isolano, di cui facevano parte anche i fratelli Corrà, Agostino Barbieri e l'avvocato Gracco Spaziani, anche loro presi ed incarcerati nello stesso giorno. «Ricordo di essere stato più volte picchiato a sangue perché rivelassi notizie sul Comitato di liberazione», aggiunge Mantovani.
Un "trattamento" che ricevette abbondante, sia a Tarmassia sia a Verona, prima di essere trasferito con gli altri suoi compaesani a Bolzano. Anche qui la razione di botte non mancò per lui e per tutti gli altri prigionieri isolani. «Rimanemmo a Bolzano dal 12 al 18 dicembre, quando fummo caricati su un treno diretto a Mauthausen. Da quel giorno fui classificato prigioniero politico e di me si persero le tracce; mia moglie non sapeva più dove fossi, se ero vivo o morto», racconta ancora Pietro emozionato nel ricordare quei tragici giorni.
Il "prigioniero politico" Pietro Mantovani fu poi trasferito in altri due campi di concentramento, diventando uno delle migliaia di "schiavi di Hitler" destinato ai lavori forzati in cave di pietra per conto dell'esercito tedesco. «Mio marito è stato fortunato perché, alla fine, ha portato a casa la pelle», racconta la moglie Bruna, «in ogni senso, sia perché ha avuta salva la vita sia perché era proprio solo pelle visto che quando venne portato via da casa pesava 90 kg ed al ritorno dalla prigionia ne pesava solo 38. Era ridotto ad una larva umana».
La moglie aggiunge che anche se non sapeva se egli era vivo o morto, ha sempre sperato in un suo ritorno a casa dove aveva già quattro figli che l'aspettavano. Dopo il suo rientro, Pietro ha trascorso cinque anni dentro e fuori dagli ospedali per riprendersi dalla debilitazione fisica e psichica subìta durante la prigionia. Qualche anno fa il figlio Antonietto accompagnò i genitori a Mauthausen dove il papà fu rinchiuso per circa tre mesi.
«Sono stati momenti di grande emozione per mio padre», ricorda Antonietto, «pianse a dirotto quando rivide le baracche dove era stato rinchiuso e gli vennero alla mente gli orrori ai quali dovette assistere e con i quali convivere». Settant'anni dopo, un avviso di pagamento, proprio in coincidenza con l'anniversario di matrimonio, ha risvegliato in lui quegli incubi che, nonostante l'età, non ha mai cancellato dalla sua memoria.



Lino Fontana

fonte: L'Arena, 1° settembre 2005


Vedi anche:
 (Archivio -> Libri) "1990 - La Resistenza a Tarmassia"

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